L’occhio delle multinazionali sulle ong

Se ne parla da tempo: le multinazionali prese di mira dai boicottaggi e dalle critiche delle organizzazioni ambientaliste e no profit si organizzano per tenere monitorate le stesse ong e riuscire così a conoscerne le strategie. Ora a metterlo nero su bianco, raccontandone meccanismi più o meno limpidi, è Gary Ruskin, direttore del Center for Corporate Policy e membro di Essential Information, organizzazione no profit fondata nel 1982. Entrambe le realtà effettuano monitoraggi periodici delle politiche seguite dalle multinazionali e ne informano i cittadini. Il Cambiamento vi mette a disposizione la versione integrale del rapporto in Pdf.

L’occhio delle multinazionali sulle ong
Le multinazionali e le grandi società stanno utilizzando tecniche e strategie di monitoraggio delle organizzazioni no profit, imboccando a volte strade “poco ortodosse” e non sempre corrette. A metterlo nero su bianco nel suo rapporto diffuso nei giorni scorsi è Gary Ruskin, autore del documento rilanciato negli Usa dal Center for Corporate Policy ( www.corporatepolicy.org )che lo stesso Ruskin dirige. Nello staff dell’organizzazione ci sono anche esperti come Sarah Anderson, direttore del Global Economy Program dell’ Institute for Policy Studies di Washington; John Cavanagh, economista che ha lavorato negli anni ’80 per l’Onu; Charlie Cray, ricercatore in forze a Greenpeace USA e direttore della campagna Citizen Works;Robert Weissman, presidente dell’organizzazione Public Citizen, avvocato e autore di numerosi articoli e pubblicazioni. Ruskin fa parte anche di Essential Information (www.essentialinformation.org), organizzazione no profit che pubblica un rapporto mensile sulle condotte delle multinazionali. Nel rapporto Ruskin spiega e documenta come le multinazionali si avvalgano negli Stati Uniti anche di ex personale della National Security Agency, di altri organismi federali e di personale delle forze dell’ordine locali per monitorare le organizzazioni no profit e i loro attivisti in diversi campi di interesse: ambientalisti, pacifisti, tutela dei consumatori, movimenti che si occupano di giustizia sociale, alimentazione, lotta all’abuso di sostanze chimiche nell’alimentazione e nell’agricoltura, diritti animali. Una delle strategie di cui parla diffusamente Ruskin è quella che vede le multinazionali infiltrare tra volontari e giornalisti persone di fiducia per raccogliere informazioni. “Per molte grandi società – scrive Ruskin – il valore del brand in sé è cosa preziosa. Per questo vedono le organizzazioni no profit e chi protesta come potenziali e imprevisti avversari e vogliono sapere tutto su di loro. Le grandi società prendono molto seriamente tutto ciò che mette a rischio il loro marchio e quindi concentrano i loro sforzi nel tenere controllate le organizzazioni no profit per mettere a punto strategie con le quali negano addebiti o mascherano determinate attività”. La ricostruzione di Ruskin è minuziosa e dettagliata, cita articoli e atti giudiziari e documenta una serie lunghissima di casi. Cita per esempio l’articolo-denuncia di James Ridgeway comparso su Mother Jones (www.motherjones.com), secondo cui un’importante società privata che si occupa di sicurezza “ha spiato Greenpeace dalla fine degli anni ’90 fino almeno a tutto il 2000 appropriandosi di documenti persino dai bidoni della spazzatura, cercando di infiltrare persone nei gruppi e nei meeting, raccogliendo registrazioni telefoniche di attivisti”. Cosa succedeva in quegli anni? “Negli anni ’90 – scrive Ruskin - Greenpeace ha condotto una campagna per eliminare l’uso del cloro nella fabbricazione di plastica e carta. Molte delle critiche erano state dirette alla Dow Chemical (www.sciencemag.org)ed ebbero anche il sostegno dell’amministrazione Clinton e di altri organismi governativi. Nel tentativo di contenere i problemi anche di immagine, la Dow fece un accordo con una società di pubbliche relazioni, la Ketchum. Secondo Mark Floegel di Greenpeace, la Dow pagò alla Ketchum circa 500mila dollari l’anno per le pubbliche relazioni e per spiare Greenpeace e altri gruppi ambientalisti”. L’associazione ambientalista ha fatto causa alla Dow e ha raccolto una precisa cronologia del caso (www.greenpeace.org)che mette a disposizione atti giudiziari e testimonianze. Nel 2000, sempre secondo la ricostruzione di Ruskin, la società privata per la sicurezza che aveva spiato Greenpeace, la BBI, cambia il suo nome in S2i e viene assoldata dalla Ketchum per monitorare organizzazioni no profit che si stavano opponendo agli alimenti geneticamente modificati. Ne scrive sempre James Ridgeway su Mother Jones; la rivista fornisce anche un documento che attesta come la BBI si fosse concentrata anche sulla Fenton Communications, una società di pubbliche relazioni che sostiene le cause ambientali e i gruppi no profit (www.motherjones.com). Un altro esempio ancora risale al gennaio 2011, quando il responsabile di una società che si occupa di sicurezza informatica annuncia di avere identificato il capo degli hacker che si fanno chiamare Anonymous. Per tutta risposta, Anonymous ha hackerato mail e account della società diffondendo in rete documenti riservati (www.theguardian.com) che hanno consentito di scoprire come la stessa società avesse in mente di aiutare un proprio importante cliente, la Us Chamber of Commerce, a gettare discredito sulle organizzazioni troppo critiche (www.nytimes.com). Sempre nel 2011, ma a novembre, la società francese Electricite de France è stata multata di 1 milione e mezzo di euro per avere hackerato i computer di Greenpeace France e ha anche pagato altri 500mila euro di danni (www.telegraph.co.uk). Ruskin nel suo rapporto ha ricostruito decine di episodi. Eccone un altro. Il Camp of Climate Action è un gruppo inglese formato da attivisti che chiede a gran voce il decomissioning degli impianti a carbone e nell’ottobre 2009 avevano condotto una campagna di disobbedienza civile nei confronti dell’impianto di Ratcliffe-on-Soar. Sedici mesi dopo il giornale inglese Guardian riportò che tre grandi compagnie nel settore dell’energia avevano incaricato una società privata di infiltrarsi tra gli attivisti del gruppo (www.theguardian.com). Cosa accade in Italia? Molte multinazionali e grandi società sono presenti anche nel nostro paese. Come si comportano? Auspichiamo presto un’analisi dettagliata come quello di Ruskin in Usa. Per saperne di più: Spooky Business:Corporate Espionage Against Nonprofit Organizations
La Grande Transizione

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