Vegani non si nasce. E se lo si diventa non ci dev'essere posto per l'esclusione e l'intolleranza

In un range piuttosto ampio di accuse, epiteti e giudizi che vanno dal sentimentalismo ingenuo e sempliciotto (quando va bene) al naziveganesimo estremista e pericoloso (quando va male), si configura e cerca di emergere non senza difficoltà il movimento vegan e l'idea che lo ha fatto nascere e che lo sostiene.

Vegani non si nasce. E se lo si diventa non ci dev'essere posto per l'esclusione e l'intolleranza

Sono tempi duri e sensibilizzare all'antispecismo, al rispetto degli animali e a una possibile alimentazione diversa non è opera facile. Si combatte contro il piacere, il gusto, la tradizione, l'abitudine, i sapori della nonna di quando eravamo bambini e la cultura che ci ha cresciuto a suon di bistecche di cui non si può fare a meno in alcun modo, pena gravissime conseguenze sulla nostra salute. Si combatte, appunto. Sostanzialmente ci crediamo in guerra e dall'altra parte della barricata ci sono "the others": i carnivori, gli onnivori o come li si voglia chiamare.

Che poi non sono altro che esattamente noi. Già. Proprio noi solo qualche mese o qualche anno fa.  Nessuno tra noi, infatti, se non un'infinitesimale percentuale, è nato vegano. E neppure vegetariano. Alcuni non possono neppure parlare di mesi. Bastano poche settimane, in realtà, se non giorni per imbracciare le armi della ragione, del giudizio e del distacco. E mettersi finalmente dalla parte dei giusti.

Ma contro chi combattiamo? Chi sono gli onnivori se non esattamente quella parte di noi che adesso disconosciamo? Chi sono se non i nostri amici, parenti, fratelli, genitori, colleghi, mariti, mogli, figli, compagni? Chi sono quelli da cui ci crediamo tanto diversi? Chi sono quelli che ci danno degli ignoranti (sempre quando va bene) o dei violenti che vogliono imporre agli altri la loro volontà (sempre quando va male)? Sono quelli che non sono migliori di noi. E, spiace dirlo, non sono neanche peggiori.

Già. Perché diventare vegani non cambia il nostro DNA, non ci rende persone migliori né più sensibili o convinte di quello che diciamo e facciamo. Viviamo in un mondo di parti contrapposte perché è di questo che abbiamo bisogno: appartenere a qualcosa, a qualcuno, a un'idea e poi difenderla a spada tratta, non importa a costo di cosa, senza pensare mai né riflettere se non su quel nostro unico e intoccabile pensiero. Ci confortiamo delle nostre stesse reciproche carezze, facciamo bandiere delle nostre mancanze, dei nostri amori rovinati miseramente nei burroni della nostra vita a lasciarci esanimi e indifferenti agli altri esseri umani. Gli animali fanno all'uopo, in un numero impressionante di noi, per scaldare i nostri letti freddi d'inverno e per darci un senso che non abbiamo ancora trovato, un senso facile, senza confronti alla pari, quelli veri, difficili, durissimi. E quel senso è lo stesso di un ideale qualunque, positivo o negativo (chissenefrega) dalla squadra del cuore al partito di estrema qualcosa.

Perché noi siamo anche questo se ci siamo ridotti all'odio dei baluardi e delle trincee, agli insulti quando aperti e dal profondo di un cuore traboccante di rabbia e quando sottesi, superiori, sottili, taglienti. I social ci hanno aiutato. Niente da dire. Ma quanto c'è di vegano nella militanza, nelle imboscate, nel disprezzo, nell'odio dichiarato, negli anatemi lanciati a destra e a manca? Quanto di vegano e quanto di altro e di profondamente nostro, irrisolto e lontano da ogni principio a cui ci vantiamo di ispirarci?

Il veganesimo non esiste. E' un concetto artificiale, figlio della stessa società che ci ha nutrito da carnivori convinti. Tutti. E' figlio e diretta conseguenza della mentalità del profitto che ha immaginato e poi realizzato i campi di sterminio animale che sono sotto i nostri occhi indifferenti e che scegliamo di non voler vedere. Sono gli stessi allevamenti intensivi come forma di sfruttamento ignobile e senza limiti che hanno indirettamente e reso urgente e necessaria una coscienza vegan. Altrimenti non esisteremmo. E sarebbe un bene.

Siamo arroccati nei nostri motivi, nei nostri stessi limiti che però possiamo spiegare. Sempre allo stesso modo. Ma attenzione allo specchio che ci fanno quelli dall'altra parte della barricata. E non soltanto perché i primi clienti dei mattatoi siamo noi per nutrire i nostri animali da compagnia. Ci siamo costretti? Può darsi. Ma anche gli animali chiusi nei nostri appartamenti per tutta la vita a farsi un destino che non hanno scelto, sono figli del nostro modo di vivere e di vedere il mondo che ci circonda al nostro servizio. E' così che va la nostra società: piena, pienissima di contraddizioni e di difficoltà. Piena di prove da spiegare e reti nelle cui maglie ci troviamo impigliati e inermi senza poterci più liberare.

Facciamo a meno di considerarci dall'altra parte di una qualunque cosa. Ci siamo dentro, ci siamo in mezzo e non ne usciremo tanto facilmente. Tutti. Lo sfruttamento animale è solo un piccolo tassello del disastro che l'uomo è stato capace di immaginare e realizzare. E ne siamo tutti parte e responsabili. Tutti. Anche noi. Anche adesso.

Il rispetto, l'accoglienza, l'empatia, la comprensione, l'esempio devono far parte dell'etica vegana. Non c'è posto per l'esclusione, per l'insulto, per l'odio che radicalizza tutti a difendere un'idea più che a spiegarsi e ad ascoltare ragioni, paure, ignoranza. Da ogni parte.

Senza questo impegno il veganesimo è destinato a diventare, pur con grandi successi, vincite e battaglie di cui andar fieri, nient'altro che una bandiera, un territorio conquistato di cui difendere i confini e in cui ritrovare i nostri simili, sordi al confronto con gli altri.

 

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