Diritti umani

Rimpatri: la nuova legge in discussione alla Camera

L'Italia ha recepito la direttiva europea sui rimpatri. Il decreto prevede maggiore discrezionalità sulle espulsioni e permanenza nei Centri di identificazione ed espulsione (C.I.E.). Cresce intanto la protesta della stampa per il divieto di ingresso nei C.I.E.

di Valentina Valente - 13 Luglio 2011

immigrazione
L'Italia ha recepito la direttiva europea sui rimpatri

È iniziata il 12 luglio alla Camera la discussione per la conversione del decreto-legge 23 giugno 2011 n. 89 che recepisce, tra l’altro, la direttiva europea recante norme e procedure comuni sul rimpatrio degli stranieri “irregolari” (c.d. “direttiva rimpatri”). Il decreto apporterà delle significative modifiche al TU Immigrazione n. 286/98 sia per quanto riguarda l’espulsione forzata che la fattispecie della partenza volontaria.

Il decreto prevede da un lato una maggiore discrezionalità amministrativa circa l'allontanamento forzato e dall'altro un prolungamento fino a 18 mesi del periodo di permanenza nei centri di identificazione ed espulsione (C.I.E.). La procedura di allontanamento dell'immigrato irregolare prevista dalla direttiva ha un carattere “progressivo”: la decisione di rimpatrio deve infatti di norma fissare “per la partenza volontaria un periodo congruo di durata compresa tra sette e trenta giorni”.

Se l’interessato non parte volontariamente o oppone resistenza, si possono adottare misure anche di carattere coercitivo sempre però nel rispetto del “principio di proporzionalità”, attraverso “un uso ragionevole della forza”, e “in osservanza dei diritti fondamentali e nel debito rispetto della dignità e dell’integrità fisica” dello straniero. L’esecuzione forzata dell'allontanamento può avvenire anche sin dall'inizio qualora “sussista un rischio di fuga, o se una domanda di soggiorno regolare è stata respinta in quanto manifestamente infondata o fraudolenta o se l’interessato costituisce un pericolo per l’ordine pubblico, la pubblica sicurezza o la sicurezza nazionale”.

barcone immigrati
"La partenza volontaria si configura come eccezione e non come regola, contrariamente a quanto contenuto nella direttiva"

Ed è proprio questo punto ad alimentare i dubbi degli enti e delle reti di associazioni che si occupano di richiedenti asilo e rifugiati. “Preoccupa che tra i criteri a dimostrazione del “pericolo di fuga” figurino - inter alia - il mancato possesso del passaporto o di altro documento equipollente in corso di validità, considerato che la quasi totalità degli stranieri che giungono sul nostro territorio ne sono sprovvisti” si legge in una nota legale del CIR (Consiglio italiano per i rifugiati). Non solo.

“La partenza volontaria si configura come eccezione e non come regola, contrariamente a quanto contenuto nella direttiva. Infatti, il decreto disciplina la procedura di rimpatrio e di partenza volontaria, solo laddove non ricorrano le condizioni per il rimpatrio immediato dello straniero. Inoltre, le modifiche apportate all’art. 13 del TU Immigrazione sono improntate sulla eccessiva discrezionalità delle autorità preposte all’attivazione delle procedure medesime” continua il CIR.

È il Prefetto infatti che decide, caso per caso, quando attivare la procedura di rimpatrio immediato, così come la valutazione del “rischio di fuga”. Desta invece forte preoccupazione dell'UNHCR, l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati, l’estensione della durata massima del trattenimento nei centri di identificazione ed espulsione fino a 18 mesi, “senza che siano previsti un rafforzamento delle garanzie e dei diritti dei soggetti trattenuti, né un adeguamento delle condizioni dei CIE e dei relativi servizi”.

Il rischio è che il prolungamento renda ancor più pesanti e ingovernabili le condizioni nelle strutture, spesso teatro di gravi violazioni dei diritti umani. Le proteste (sovente soppresse con la violenza) e i tentativi di fuga sono infatti all'ordine del giorno, e nonostante le numerose denunce esse passano in maniera 'schizofrenica' all'attenzione della stampa. Nella maggior parte dei casi, nel completo silenzio. Ancor più da quando una circolare del ministro Maroni del 1 aprile ne ha vietato l'accesso alla stampa. “Un divieto del genere autorizza a pensare che in quei centri avvenga ogni possibile nefandezza; se non si può entrare a vedere allora ogni sospetto è legittimo” ha dichiarato il presidente della Federazione Nazionale della stampa italiana Roberto Natale durante la conferenza stampa dell'8 luglio.

A pesare è anche il silenzio del ministro sulla discussa circolare 1305, nonostante i numerosi appelli e le interrogazioni parlamentari di questi mesi. Durante la stessa è stata inoltre annunciata una giornata di mobilitazione, promossa da Fsni, Ordine dei giornalisti, Asgi, Rete Primo Marzo, Osf, European Alternatives, Articolo 21 e alcuni esponenti del mondo politico. La chiamata è prevista per il 25 luglio, quando i giornalisti si ritroveranno davanti ai centri sparsi per tutta Italia.

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