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Dove eravate?

Giovedì scorso a Roma c'è stato un incontro pubblico dedicato alla lettura di 14 racconti tratti dall'ultimo libro di Sandro Veronesi. Ma la sala era semivuota. "Dovrebbero essercene ogni giorno di incontri del genere, dovremmo essere in molti, sommare le forze, scambiare i saperi".

di Daniela Mazzoli - 19 Dicembre 2011

sandro veronesi
"Dovrebbero essercene ogni giorno di incontri del genere, dovremmo essere in molti, sommare le forze, scambiare i saperi"

Giovedì scorso, a Roma, è successa una cosa strana. Al Politecnico Fandango, in un cinema che conta 95 posti, si sono avvincendati nella lettura dei 14 racconti che compongono l’ultimo libro di Sandro Veronesi, Baci Scagliati Altrove, 14 amici, tra autori e registi. Alcuni noti a pochi, altri noti a tutti. Insomma, c’era anche Nanni Moretti. La lettura iniziava alle 17.00 e sarebbe andata avanti per alcune ore. La preoccupazione mia e delle persone a cui avevo prontamente segnalato l’evento era quella di assicurarsi degli ingressi, biglietti o accrediti che fossero. Ma dopo qualche giorno di attesa si è saputo che non serviva né l’uno né l’altro e l’ingresso era libero. Il che, invece di rassicurarmi, mi ha gettato nel panico.

Pensavo io: perché si organizza una cosa del genere, con Francesco Piccolo, Chiara Valerio, Francesco Pacifico, Giovanni Veronesi e lo stesso autore del libro, ovviamente, che avrebbe letto anche lui un racconto, in un posto così limitante e senza la possibilità di garantirsi una poltrona, una sedia, anche un gradino laterale? Allora, vipera come sono, ho sospettato che fosse il classico tentativo di creare la ‘tonnara’ per dare l’impressione di aver ottenuto un gran successo. Il pubblico, accalcato, sguaiato, stanco, irritato, in fila magari sperando in un ricambio, sarebbe stato sacrificato alla mania del ‘purché qualcuno resti fuori e scontento, così si penserà che dentro ci fosse qualcosa di veramente bello’.

Mi era già successo, quasi vent’anni fa, al Palazzo delle Esposizioni. L’assessore alla cultura, allora Gianni Borgna, organizzò un incontro con Giovanni Giudici, in una sala con non più di 100 posti. Accorse l’intera Facoltà di Lettere, e Borgna rischiò il linciaggio. Dopo ho evitato di prendere arrabbiature simili. E non me la sono presa nemmeno giovedì. Ci sono andata, cioè, a sentire la lettura. Perché credo che sia un modo giusto e possibile di recuperare il senso della comunità, che si faccia un’esperienza importante quando gli autori si rendono disponibili in maniera informale e possiamo ascoltarli, mettendo alla prova noi stessi e anche le parole che hanno scritto. La intendevo come un’operazione politica, non solo di resistenza allo sfascio, ma anche di ricostruzione del mondo. Dovrebbero essercene ogni giorno di incontri del genere, dovremmo essere in molti, sommare le forze, scambiare i saperi, rieducarci alla democrazia. La sala era semivuota.

Quando sono entrata, già verso le sette e mezza, stava leggendo Francesco Piccolo, che era molto bravo nonostante un lieve difetto di pronuncia. Ho notato che tutti, anche quelli venuti dopo, avevano un difetto di pronuncia, il che li rendeva persino più eroici, più umani. Il cinema si è riempito per due terzi alle nove e mezza, quando sul palco è salito Moretti, sempre infastidito, sempre più bello. Una gli ha persino gridato ‘grandissimo!’, fuoritempo però, credendo che il racconto fosse finito. Appena usciti dalla sala c’era un tavolo con bottiglie di vino, taralli e cioccolatini. Tutto per tutti. Qualcuno fumava, qualcuno parlava, come se fosse una festa privata. Per fortuna certe cose alla maggior parte delle persone non interessano più, così le altre possono godersi la strana sensazione di essere usciti per trovarsi a casa.

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