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Mal di Città

Il nuovo spot Mercedes e l'assordante richiamo del consumismo

Nel nuovo spot della Mercedes, un uomo che aveva abbandonato la città per vivere fra i boschi ritorna sui suoi passi stregato da una berlina elegante e sportiva. Quella che sembra una banale trovata pubblicitaria nasconde però una pericolosa e diffusa tendenza culturale.

di Francesco Bevilacqua - 11 Febbraio 2011

spot mercedes
Nel nuovo spot della Mercedes, un uomo che aveva abbandonato la città per vivere fra i boschi ritorna sui suoi passi stregato da una berlina

Escaped to the mountains è il titolo del nuovo spot Mercedes diretto da Aleksander Back che sta cominciando a comparire sugli schermi italiani in questi giorni. Si potrebbe liberamente tradurre con fuga verso le montagne ed è la breve storia – condensata in settantacinque secondi – di un uomo urbano, presumibilmente un imprenditore o un libero professionista, che stanco della vita cittadina si trasferisce in una capanna nel bosco insieme al suo cane.

Nella prima parte del filmato si vede lui che svolge alcune attività mentre una voce fuori campo che rappresenta i suoi pensieri spiega la sua scelta, raccontando che il suo downshifting è dovuto alla frenesia della città di cui era stufo e che finalmente ora si è liberato da ogni pressione ritornando a uno stile di vita naturale, quello che si addice all’uomo.

Improvvisamente, il protagonista si accorge che il suo cane sta scappando e comincia a inseguirlo per i boschi; l’animale si ferma sul bordo di una strada proprio mentre sta passando una Mercedes CLS, la nuova berlina sportiva della casa di Stoccarda il cui lancio è stato accompagnato dallo slogan senso e sensualità. Nello stesso momento la voce fuori campo conclude il suo discorso dichiarando che pensava, evidentemente sbagliandosi, che non sarebbe mai tornato indietro.

Alla vista della vettura infatti, il novello Christopher McCandless ritorna sui suoi passi, si rade barba e capelli, sveste gli abiti da lavoro per indossare nuovamente giacca e cravatta ed esce dalla sua casa nel bosco. Lo spot si conclude con una vista dall’alto della Mercedes che attraversa il ponte che collega la foresta con la città, di cui si intravedono i grattacieli in lontananza.

Insomma, sembra proprio trattarsi di un Into the wild al contrario, in cui il protagonista si accorge che più della semplicità, della sobrietà, della tranquillità e della libertà è forte il richiamo del piacere di possedere e guidare un’elegante auto sportiva.

Questa reclame in realtà non è del tutto originale, poiché è stata realizzata sulla traccia di uno spot simile che è circolato negli anni settanta sulla televisione britannica. Commissionato dalla Toyota per promuovere la spider MR2, è ancora più diretto nel suo messaggio. Il personaggio principale questa volta è una specie di asceta che, abbandonata la frenesia materialista del mondo moderno, si rifugia nella natura purificando il suo corpo, affrancando il suo spirito e trovando la più completa libertà fra passeggiate su cime innevate, docce sotto cascate ghiacciate ed esercizi di yoga e meditazione.

Tuttavia, la notte è tormentato dalla tentazione: i suoi sogni sono popolati dalla spider della Toyota che sfreccia sulla strada e al risveglio il protagonista rischia di cedere al richiamo del design e della velocità, aprendo la scatola in cui tiene ben ripiegate giacca e camicia e sorridendo compiaciuto. Al contrario dell’uomo dello spot della Mercedes però lui non cede, anzi si autoinfligge una punizione corporale a base di frustate sulla schiena per avere ceduto, anche solo per un istante, alla tentazione.

into the wild
In 'Into the wild' il protagonista lascia la città per vivere nella semplicità della natura

Al di là della realizzazione delle pubblicità, naturalmente influenzata da avanzate strategie di marketing e finalizzata ad impressionare lo spettatore, si può cogliere un messaggio che va al di là della semplice comunicazione promozionale e che evidenzia tristemente quale sia la tendenza che da alcune decine di anni caratterizza la nostra società.

Se ci pensiamo infatti, l’idea di una scelta di vita radicale o anche meno estrema, ma comunque caratterizzata da un rifiuto delle pressioni, delle tempistiche, delle imposizioni della nostra routine quotidiana è sempre stata presente nella cultura popolare moderna e occidentale, ma è sempre stata anche molto sottovalutata.

Gli esempi di diversa natura e portata di una scelta di questo tipo sono numerosi, dal libro poi trasformato in film Nelle terre estreme – che racconta la vita del già citato Christopher McCandless –, alla 'rivolta individuale' di Simone Perotti, dal calciatore bolognese Francesco Millotti – che ha appeso le scarpe al chiodo per andare a fare il falegname nei boschi di Monterenzio – al precursore Henry David Thoraeu, il celebre autore di Walden, passando per le migliaia di esperienze analoghe di chi, esasperato dallo stress metropolitano o schiacciato da un sistema economico insostenibile, ha preferito la semplicità e la convivialità del mondo rurale.

consumismo
Principi come quello di 'essere qualcuno per quello che si è e non per quello che si ha' spesso hanno poco appeal

Purtroppo, per quanto siano costanti e sempre presenti nella nostra storia, questi esempi sono troppo spesso guardati dall'alto in basso, raffigurati come simpatici fenomeni di costume in occasione dei quali l’esaurito di turno che prende l’iniziativa viene intervistato da qualche giornale, immortalato da qualche fotografia e poi lasciato alla sua solitudine silvestre.

Implicitamente poi, i pubblicitari Mercedes hanno rivelato un’altra grande e amara verità: il richiamo del consumo, della smania di possedere e ostentare, della necessità quasi fisiologica di distinguersi attraverso uno status symbol che in realtà è quanto di più omologato e banalizzante vi sia, sono attrazioni che purtroppo superano sistematicamente la sobrietà e la semplicità, ma anche valori più intimi come la solidarietà, lo spirito critico e la capacità di 'essere qualcuno per quello che si è e non per quello che si ha', che hanno innegabilmente molto meno appeal.

Quando si affrontano questi discorsi, appare quindi lampante la necessità e l’urgenza del famoso 'cambio di mentalità' che spesso abbiamo invocato in questa e in altre sedi, un’evoluzione culturale che non è affatto un’involuzione, come sono soliti asserire i critici di correnti come quella della decrescita, bensì una presa di coscienza consapevole capace non solo di favorire il distacco dai falsi idoli, dagli oggetti di consumo più squallidi e dall’incredibile massa di superfluo che ci circonda oggi, ma anche di guidare una transizione verso un mondo più sostenibile ed equilibrato, anticipando una rottura traumatica verso cui l’inquinamento, l’esaurimento delle risorse e la saturazione del pianeta ci stanno inevitabilmente portando.

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5 lettori hanno commentato questo articolo commenta commenta
15 Agosto 2011 14:21, Marco B. ha scritto:
http://www.lettere.unipd.it/bollettino/pub/programma_view.php?id=33996 http://www.lettere.unipd.it/static/docenti/420/index.html http://www.alpter.net/IMG/pdf/Veneto.pdf Poi purtroppo ha tolto i lucidi dell'anno scorso. Se ti interessa gli chiedo
15 Agosto 2011 13:21, Marco B. ha scritto:
Il problema, come giustamente intuisci tu, è il modo di appropriarsi di queste aree. Se lo si fa solo in funzione della vita di città (turismo, divertimentificio, impianti ad alto impatto, seconde case a piovere) si rischia di trasformarle in una succursale della pianura, ad essa utile e non concepita come fine a sè stessa. Citi anche le aree non in quota. Un anno fa ho seguito (a Padova) un corso del prof. M. Varotto, accessibile e interessante, sul tema. In giro ci sono anche i suoi lucidi. Un attimo e ti do i link. C'entra anche l'immaginario degli Alpini (adesso è tornato d'attualità con la Val di Susa in tutta la sua duplicità di realtà territoriale ed istituzionale)
13 Agosto 2011 13:51, TaO ha scritto:
Complimenti a Marco B. Leggo i suoi interventi e mi sento un po' meno solo . Condivido la sua analisi sulla montagna; credo sarebbe bello, proprio per i motivi che ha elencato , "riappropriarsi" ( in senso non egoico però ) di queste aree ( ve ne sono molte anche non in quota ) . Vi sono molte cose da fare , molte opportunità da cogliere . Che verranno perse se faremo quello che, neanche troppo velatamente , ci suggerisce lo spot delle mercedes . A voi la scelta ; io la mia l'ho già fatta .......... saluti boscosi TaO
11 Agosto 2011 15:45, Marco B. ha scritto:
E poi siamo una civiltà di pianura, per noi le montagne sono sempre stato un simbolo forte nel nostro immaginario, un mondo "altro" e tenuto lontano, il contrario della norma accettata, della vita usuale e data assiomaticamente per giusta: luogo di banditi, orchi, primitivi, esclusi ed autoesclusi e, nel Fascismo, sovversivi e partigiani, appunto "fuori dalle regole". Indicano dunque, anche in questo spot, una diversità, una zona non conquistata da questa o quell'autorità(dal Capitalismo stavolta) e dunque destabilizzante. Chi fa questi spot lo fa per esorcizzare la strizza che l'aderente al consumismo prova di fronte ad un buco nel suo mondo tutto in sè compreso, i suoi dubbi di fronte ai limiti della sua dottrina. E tenta di serrare i ranghi e di ridipingere una facciata di sicurezza e supponenza.
11 Agosto 2011 15:37, Marco B. ha scritto:
E' un'ideologia che tenta di diventare ovvietà (naturalizzazione). A chi si pone come papabile normalità ha sempre dato fastidio la presenza di alternative. Solitamente queste sono affrontate ridicolizzandole come impraticabili,sognanti, contrarie al buon senso (che l'idea in questione pretende essa stessa di incarnare, mettendosi ad approvare sè stessa) penitenziali o insincere. E' un ibrido fra i due slogan classici del consumismo, che si sostengono a vicenda: "E tu? (Adeguati)" e "Sappiamo cosa vuoi in realtà, non negarlo". Qualcosa a metà fra lo scoglio delle Sirene e uno stupratore, se uno ci pensa XD Tutto questo è nato colla rivoluzione industriale, dunque è relativamente recente ma non certo di attualità. Lo scientismo, quello secondo cui c'è una sola realtà degna dei nostri sforzi, che essa dev'essere accettata nel presente e che immaginarne un'altra possibilità è da sciocchi, tutto il realismo esasperato e la riduzione dell'immaginazione a folklore da considerare con sufficienza, sono tutti prodotti della borghesia ottocentesca, desiderosa di ottimi uomini-strumento per un piano già pronto e indiscutibile. Intendiamoci, c'era molto spazio per la creatività in questo paradigma ma non per la criticità: andava benissimo ingegnarsi per continuare sull' Unica Strada(era l'età degli inventori) ma non mettere in dubbio i passi finora fatti.
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