
Il Secondo Dipartimento Anticorruzione della Procura di Milano, dopo mesi di indagini, ha scoperto un sistema di tangenti nel quale grandi aziende italiane avrebbero versato tangenti estero su estero ad alcuni top manager dell'Eni, per poter essere ammesse ad appalti petroliferi del valore di svariati miliardi di dollari.
In seguito a perquisizioni effettuate dalla Guardia di Finanza a fine giugno - sia in Italia, che in Svizzera, Gran Bretagna e Israele - il pm Fabio De Pasquale ha iscritto l’Eni nel registro degli indagati con l’accusa di corruzione, per un giro di bustarelle che importanti società avrebbero già pagato o promesso di pagare, per aggiudicarsi i lavori relativi allo sfruttamento di giacimenti petroliferi in Kuwait e in Iraq.
Gli inquirenti avrebbero rintracciato flussi finanziari su conti all'estero riconducibili ad alti dirigenti Eni ed avrebbero acquisito le prove di consegne di denaro già effettuate da almeno una grossa azienda italiana a top manager Eni che hanno un ruolo cruciale nell'assegnazione degli appalti in questi stati.
L’inchiesta riguarda i giacimenti petroliferi di Jurassic Field, nel nord del Kuwait (paese che si colloca al terzo posto al mondo per riserve petrolifere accertate) e di Zubair, nell’Iraq meridionale, che si trova ad ovest di Bàssora ed é uno dei più vasti giacimenti del mondo. Dal 2010 l’Eni, su delega statale di Iraq e Kuwait, sta realizzando le cosiddette “città-cantiere” che permetteranno lo sfruttamento petrolifero, insieme ad un Consorzio Internazionale. In Iraq questo Consorzio si è impegnato a fare investimenti per 20 miliardi di dollari e produrrà, attraverso 68 pozzi, 700.000 barili di greggio al giorno entro il 2013.
L’Eni - quinto gruppo petrolifero al mondo - è indagata come persona giuridica con l'ipotesi di “corruzione internazionale”, mentre l’amministratore delegato, Paolo Scaroni, non è per il momento indagato come persona fisica. Al contrario, al vicepresidente di Saipem spa, Nerio Capanna, al responsabile Eni del “Progetto Zubair”, Diego Brachi, e a tre intermediari - gli ex manager del settore Massimo Guidotti, Stefano Borghi e Enrico Pondini viene contestato il reato di “associazione a delinquere” finalizzato alla corruzione.
Per quanto riguarda le aziende che hanno già versato o dovrebbero versare le tangenti, gli inquirenti stanno esaminando le posizioni di Ansaldo, Bonatti, Elettra Energia, Elettra Progetti e Renco. Per queste aziende in costruzioni ed infrastrutture, riuscire ad accedere agli appalti petroliferi Eni significa incassare miliardi di dollari.

Ma le indagini, oltre a Iraq e Kuwait, si stanno allargando in questi giorni anche all’attività dell'Eni a Kashagan, in Kazakhstan. Anche in questo caso, l’Eni guida un Consorzio Internazionale per lo sfruttamento di un immenso giacimento petrolifero offshore, individuato nel 2000 e situato nella zona nord-orientale del Mar Caspio, a sud della città di Atyrau, la cui entrata in produzione è prevista nel 2012. L'ex responsabile Eni per la Russia, Mario Reali, che non lavora più per l'azienda dal 2005, è stato sentito come testimone e avrebbe reso al pm Fabio De Pasquale dichiarazioni riguardanti tangenti aventi per oggetto proprio Kashagan.
Nel decreto di fine giugno che ha portato i militari la Guardia di Finanza ad effettuare le perquisizioni, il pm Fabio De Pasquale ha scritto che “dalle intercettazioni telefoniche e dalle comunicazioni di posta elettronica in corso è emersa l'esistenza di un gruppo affaristico”. Gli indagati si sarebbero avvalsi degli uffici operativi di G.M. Oil & Gas srl e Bemberg srl, società di comodo costituite all'estero, di conti bancari in Svizzera e nel Regno Unito. Inoltre, avrebbero usato “contatti preesistenti con funzionari pubblici stranieri e canali interni al gruppo Eni” e operato per “influire illecitamente nell'aggiudicazione di gare all'estero in cui sono coinvolte, come stazione appaltante, società del gruppo Eni”.
L’Eni, da parte sua, ha replicato in una nota: “Eni è parte lesa nell'inchiesta di Milano. Eni e Saipem, in quanto parti lese dai comportamenti contestati, hanno immediatamente disposto provvedimenti disciplinari e cautelari nei confronti dei dipendenti coinvolti, qualificati anche nell'atto della Procura come «dipendenti infedeli del gruppo Eni”, e intendono mettere in atto tutte le iniziative a tutela dei propri interessi e della propria immagine”.
È la prima volta che la gestione Eni guidata da Scaroni viene coinvolta in un’indagine per corruzione. Va ricordato che anni fa c’era stata un’altra inchiesta per corruzione, che riguardava tangenti versate dall’Eni a politici nigeriani, nel periodo dal 1994 al 2004. La vicenda si chiuse per l’Eni con due transazioni: una da 365 milioni di dollari negli Stati Uniti e una da 20 milioni di dollari con la Nigeria. In Italia, invece, il processo a cinque ex-manager della Snamprogetti accusati di corruzione è tuttora in corso, ma è vicino alla prescrizione.
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