Spiagge, concessioni a 20 anni invece che a 90. Ma non basta

Le pressioni della Commissione Ue e le perplessità di Napolitano forse sono state decisive nello spingere il governo a fare un passo indietro sulle concessioni delle spiagge ai privati, il cui tetto massimo scende ora da 90 a 20 anni. Siamo però ancora lontani da una legge che tuteli pienamente il nostro patrimonio paesaggistico, le associazioni spiegano perché.

Spiagge, concessioni a 20 anni invece che a 90. Ma non basta
Gli interventi della Commissione europea prima e di Giorgio Napolitano poi, mettono una pezza al folle decreto Sviluppo varato dal Governo il 5 maggio scorso. L'esecutivo è costretto a modificare il tetto massimo per le concessioni, che scende a 20 anni dai 90 previsti. Nei giorni scorsi aveva suscitato molte perplessità la decisione del Governo di portare a 90 anni - dai 6 attuali, rinnovabili automaticamente alla scadenza - la durata delle concessioni ai privati delle spiagge demaniali. Un periodo lunghissimo, che consentiva comodamente investimenti enormi con garanzia di rientro. Il decreto poi, si inseriva in un quadro normativo già estremamente favorevole agli investitori. Basti pensare che, in seguito alle pressioni di Assobalneari (l'Associazione che riunisce gli imprenditori balneari aderenti a Federturismo Confindustria), il Governo aveva approvato la legge 25 del 2010, che prevedeva, fra l'altro, la proroga di tutte le concessioni in essere sino al 2015 e la possibilità per i titolari di concessioni di sei anni di fare richiesta, in ragione degli investimenti effettuati o previsti, di una proroga ventennale. Essendo così gli stabilimenti esistenti già sufficientemente garantiti, le norme sugli arenili inserite nel decreto Sviluppo sembravano voler favorire la creazione di nuovi stabilimenti balneari, dunque di nuova cementificazione. Per far ciò si garantiva una pianificazione degli investimenti addirittura novantennale. Contro il decreto si era schierata in prima istanza la Commissione Ue, battezzandolo in aperto conflitto con la direttiva Bolkestein del 2006 che impone la liberalizzazione dei servizi. Ma determinante è stato l'intervento di Napolitano che con la sua opposizione ha di fatto costretto il Governo a ripensare la normativa. Parte quindi l'ordine del dietrofront: la durata delle concessioni viene abbattuta a 20 anni. Un periodo di tempo certamente più ragionevole, seppur lungo. Si tratta però di una piccola vittoria, o per meglio dire della vittoria del 'mare' minore. Di ben altre normative avrebbero bisogno le spiagge italiane, sempre più invase dagli stabilimenti, sommerse dal cemento, sottratte impunemente alla libera balneazione. Leggi che tutelino la vera ricchezza nazionale: quella ineguagliabile bellezza dei paesaggi che ci è stata donata e noi dobbiamo solo preservare, custodire gelosamente. Anche Fondo Ambiente Italiano e WWF Italia ribadiscono come nonostante sia un bene che si torni indietro riducendo a 20 anni il diritto di superficie per le concessioni delle spiagge italiane, non basta. Occorre infatti tornare al "diritto di concessione" che è ora in vigore. "La trasformazione del diritto di concessione in diritto di superficie - spiegano le associazioni - mette a rischio cementificazione le spiagge. Si vuole infatti separare la proprietà del terreno da quello che viene edificato e questo significa garantire ai privati la proprietà degli immobili, già realizzati o futuri sul demanio marittimo". In altre parole "con l’introduzione del 'diritto di superficie' se lo Stato vorrà le spiagge libere da infrastrutture una volta scaduto il termine dei vent’anni, dovrà pagare ai privati il valore degli immobili realizzati perche questi saranno a tutti gli effetti di loro proprietà e quindi potranno essere venduti o ereditati". Di fatto, in questo modo si riduce il potere pubblico di preservare i litorali e revocare le concessioni in caso di violazioni.

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