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Viaggi

Nella terra dei vulcani. Terzo giorno in Islanda, la costa sud

Ricordate Eyafjallajokull, il vulcano islandese che soltanto pochi mesi fa ci ha tenuti con il fiato sospeso? In Islanda sono tanti i vulcani che dormono sotto i ghiacciai. Continua il viaggio della nostra corrispondente, il terzo giorno in Islanda tra cascate, vulcani e meravigliosi ghiacciai.

di Miriam Giudici - 26 Ottobre 2010

svartifoss
Svartifoss, la cascata che fa il suo salto in uno spettacolare anfiteatro di colonne basaltiche nere (Foto di Miriam Giudici)

Terzo giorno, siamo sulla costa sud dell’Islanda e procediamo verso est. Alla nostra destra, l’Oceano Atlantico, da cui siamo separati da spiagge di sabbia nera e da pianure che portano i segni di inondazioni e cataclismi. Alla nostra sinistra, quasi ininterrotto, un alto gradone di roccia, ricoperto di bassa vegetazione, da cui scendono spettacolari cascate (Skogafoss, su tutte), e le lingue di numerosi ghiacciai.

I nomi? Eyjafjallajökull (sì, quello celebre per il vulcano sottostante, che la scorsa primavera, con la sua cenere, ha bloccato per giorni i voli in Europa), Mýrdalsjökull e Vatnajökull, il più grande ghiacciaio d’Europa - e terzo nel mondo - con 8.300 chilometri quadrati di superficie.

Sotto questi ghiacciai ci sono vulcani attivi che ogni tanto provocano gli sconquassi che ormai anche noi conosciamo bene: oltre alla cenere, che può ricoprire per mesi campi e pascoli, gli islandesi temono le disastrose alluvioni che seguono le eruzioni. Le chiamano jökulhlaup: l’ultima molto importante, in questa zona, c’è stata nel 1996. Quest’anno, invece, l’eruzione di Eyjafjallajökull è stata meno disastrosa, dal punto di vista delle inondazioni.

La Ring Road, qui, attraversa le pianure alluvionali create dai fiumi che scendono da questi ghiacciai, scorrendo in zone disseminate dai detriti: a volte si tratta di massi enormi, portati periodicamente da queste inondazioni; i meno recenti sono già ricoperti da uno spesso strato di muschio.

Cosa vedere

In questa zona, molto caro agli islandesi è il Parco Nazionale di Skaftafell, dominato dal fronte del ghiacciaio Skeiðarárjökull. Il parco è molto vasto, e ci sarebbe da esplorarlo per giorni. Chi ha poco tempo, con una camminata di tre quarti d’ora in un bosco di basse betulle e conifere, può arrivare a Svartifoss, la cascata che fa il suo salto in uno spettacolare anfiteatro di colonne basaltiche nere.

In questa parte dell’Islanda le precipitazioni sono frequenti, e i giorni di bel tempo piuttosto rari. Non è insolito dover viaggiare attraverso nebbia e nuvole basse, ed è per questo che solo all’ultimo momento, spesso, ci si accorge di essere arrivati in qualche luogo interessante, che emerge a sorpresa dalla foschia. Uno di questi luoghi speciali è Jökulsárlón: una laguna dove il Breiðamerkurjökull (uno dei ghiacciai 'figli' del Vatnajökull) va a frantumarsi in mille iceberg.

Dopo ore e ore di guida, senza quasi traccia di insediamenti umani, è d’obbligo fermarsi a Höfn che, con i suoi 2000 abitanti, vi sembrerà una grande metropoli, a questo punto del viaggio. Nelle giornate di sole potrete ammirare tutta la bellezza di questo piccolo villaggio di pescatori che fronteggia l’Atlantico, e alle cui spalle comincia un vastissimo regno di ghiaccio.

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Jökulsárlón: una laguna dove il Breiðamerkurjökull (uno dei ghiacciai 'figli' del Vatnajökull) va a frantumarsi in mille iceberg (Foto di Miriam Giudici)

Focus on: vulcani e ghiacciai, il paesaggio che cambia (insieme al clima)

Il paesaggio in Islanda è sempre in trasformazione, e il sud del Paese non fa eccezione. La costa si modifica a seconda del comportamento dei fiumi che scendono dai ghiacciai, e che formano le pianure alluvionali che lentamente degradano fino al mare. La stessa Jökulsárlón si è formata molto di recente, negli anni Trenta del Novecento, e da allora i ghiacci si stanno sciogliendo costantemente.

I numerosi vulcani che dormono sotto i ghiacciai ogni tanto, l’abbiamo visto bene quest’anno, tornano in attività. L’eruzione del vulcano sotto il ghiacciaio Eyjafjallajökull ci ha tenuti con il fiato sospeso solo pochi mesi fa, ma è stata niente rispetto a quello che potrebbe accadere con altri vulcani, o che è già accaduto in passato.

Agli islandesi fanno molta più paura nomi come Hekla, Katla e Laki, capaci di catastrofi ancora più devastanti. Il Laki, per esempio, si svegliò nel 1783, creando una faglia con centinaia di crateri aperti. La cenere ricoprì montagne, colline, fiumi, pascoli e case per chilometri e chilometri intorno. Metà del bestiame morì, e scomparve anche un quarto della popolazione islandese, per le conseguenze dirette dell’eruzione e per la carestia che seguì.

Si dibatte sulle ripercussioni che eventi del genere possono avere sul clima: qualcuno parla di abbassamenti delle temperature, dovuti alle ceneri nell’atmosfera che farebbero da schermo ai raggi solari; altri ipotizzano l’effetto inverso, a causa delle emissioni di anidride carbonica che aumenterebbero l’effetto serra. Di certo devono essere fatti studi sul lungo periodo, e forse l’analisi dell’eruzione del 2010 potrà insegnarci qualcosa di nuovo sui complessi meccanismi che influenzano il comportamento del clima del nostro pianeta.

Curiosità

Un effetto immediato, e quantificabile, l’eruzione del vulcano Eyjafjallajökull l’ha avuto: con i voli aerei di mezzo mondo bloccati per qualche giorno, sono state emesse 350mila tonnellate di CO2 in meno al giorno. Il vulcano, da parte sua, ne avrebbe emesse solo 15mila. Il risparmio per il pianeta è evidenziato da questo grafico di Gizmondo.

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Autore: Autori Vari
Casa editrice: Altraeconomia
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