Dalle piante possiamo imparare chi siamo

L'etnobotanica e la paleoetnobotanica in particolare ci possono aiutare a ricostruire la storia della relazione tra l'uomo e il mondo vegetale: in che modo gli uomini hanno usato le piante per scopi alimentari, medicinali o per costruirsi ripari e come le hanno selezionate e modificate nel tempo.

Dalle piante possiamo imparare chi siamo

Lo studio approfondito di questa disciplina fa risalire l'alterazione dell'ambiente naturale da parte dell'uomo a tempi molto remoti. Tuttavia, nelle civiltà più antiche come nelle popolazioni indigene di molti paesi ancora adesso, ogni intervento umano era teso a un sostanziale equilibrio con la natura e non c'era traccia di quella netta separazione tra mondo umano e mondo naturale che contraddistingue ora la nostra civiltà. L'uomo stesso sembra non percepirsi più come parte integrante dell'ambiente in cui è nato con le conseguenze serissime che conosciamo.

Ne parliamo con la Prof. ssa Marta Mariotti, docente di Botanica Sistematica presso il Dipartimento di Biologia dell'Università di Firenze

Che cos'è l'etnobotanica?

E' la disciplina che studia l'uso che l'uomo fa delle piante, il suo rapporto con esse in vista di un uso a scopo alimentare, medicinale o per materiale da costruzione. Sempre quindi con una prospettiva di utilizzo e relazione. Parliamo sia le piante che crescono in ambiente naturale sia quelle coltivate in agricoltura.

Lei si occupa di paleoetnobotanica in particolare. Di che si tratta?

La paleoetnobotanica studia le piante del passato cercando di ricostruire la storia dell'utilizzo che l'uomo ne ha fatto.

Perché la paleoetnobotanica è così importante?

Perché ci fa conoscere il rapporto che l'uomo ha avuto con le piante, un rapporto che è cambiato nel tempo e che è diverso da cultura a cultura. Inoltre  gli interventi che l'uomo ha fatto in passato sulle piante hanno finito per incidere sull'equilibrio naturale. L'uomo ha, cioè, cambiato  i rapporti sia qualitativi che quantitativi all'interno delle comunità vegetali e ha iniziato un'alterazione dell'ambiente.

L'uomo fa parte dell'ambiente o è al di fuori dell'ambiente naturale?

Oggi lo si considera spesso al di fuori, come colui che lo invade e con la sua presenza lo altera e lo aggredisce. Personalmente però sono più propensa a considerarlo all'interno del sistema naturale nel quale è integrato anche se mi rendo conto che è diventato sempre più uno sfruttatore dell'ambiente stesso.

Ma se l'uomo fa parte dell'ambiente ed è integrato al suo interno, come mai tende a distruggerlo? Nessun altro animale lo fa.

E' un problema di storia e di educazione. Se noi vediamo le popolazioni che ancora vivono nel Terzo Mondo, vediamo che l'uomo sfrutta comunque le piante che usa ma cerca di non abusarne e di tutelarle. La nostra civiltà invece ha imparato a prendere senza pensare cosa questo significhi non solo per le prossime generazioni ma anche per sé domani stesso. Questo è il suo atteggiamento.

Come si è creato questo distacco? Cosa ha determinato questo squilibrio?

E' stato determinato dalla conoscenza che non c'è più. La responsabilità è essenzialmente dell'allontanamento dall'ambiente naturale e dall'inurbamento. Se ci pensiamo, in città non ci rendiamo conto delle stagioni che si susseguono, non abbiamo contatto con la natura se non solo marginalmente. Le civiltà contadine vivevano invece in equilibrio con essa. Non conosco alcuna popolazione contadina o che viva a stretto contatto con la natura e che non la rispetti. Ho conosciuto alcune popolazioni africane e, di certo, a nessuna di esse verrebbe mai in mente di prendere più di quanto sia prudente fare. Perché sa che se prende di più oggi, prenderà di meno domani. Questa è una consapevolezza che, chiusi nelle nostre città, abbiamo completamente perso. Questa stessa separazione c'è anche con le cose che mangiamo. Quasi nessuno sa cosa mangiamo davvero né ce lo chiediamo più.

Quando è iniziato questa progressiva separazione? Possiamo dire negli ultimi cento anni?

In realtà è iniziato tutto molto prima. Non è facile dire quando ed i tempi sono diversi da civiltà a civiltà. Direi che negli ultimi cento anni questo processo ha subito un'accelerazione.

Quindi il suo obiettivo è diffondere conoscenza in vista di un progressivo riavvicinamento tra uomo e natura?

In un certo senso sì. Quello che vorrei fare io è contribuire alla consapevolezza dei miei studenti. Per quanto riguarda invece la ricerca mi occupo dell'alimentazione del passato. In particolare del ruolo delle piante nella dieta del paleolitico.

Però la dieta paleolitica di cui si sente molto parlare ultimamente è a base di proteine animali.

Secondo la dieta del paleolitico, per come è diffusa e conosciuta,  solo pochissime piante sarebbero incluse. I cereali, ad esempio, non dovrebbero far parte dell'alimentazione umana almeno al di fuori dell'area di origine. I sostenitori della "Dieta Paleolitica" affermano che il nostro organismo non è in grado di metabolizzarli. Dal punto di vista biologico, però, queste affermazioni non sono state provate e spesso chi si occupa di dieta paleolitica non conosce bene la biologia delle piante. Nelle mie ricerche è, invece, emerso che in realtà almeno l'avena, uno dei cereali, è usata in Italia da più di 30.000 anni. A quel tempo, inoltre, venivano utilizzate piante che da noi hanno perso il loro ruolo all'interno dell'alimentazione umana.

Può farci qualche esempio? E perché secondo lei?

Un esempio può essere la Tifa, della quale venivano utilizzati i fusti sotterranei per ricavarne farina. Evidentemente la coltivazione del grano e dell'orzo, una volta arrivati dal MedioOriente, è risultata economicamente più redditizia della raccolta dei rizomi di Tifa, una pianta che è legata agli ambienti umidi.

Qual è il ruolo di questa disciplina nella salvaguardia dell'ambiente?

Consideriamo che quando si introduce una pianta estranea in un sistema naturale, i danni non sono la sua comparsa laddove non c'era, ma tutta  una serie di cambiamenti, anche molto più profondi, che la sua presenza comporta. Ogni pianta porta con sé una serie di microrganismi estranei al nuovo ambiente e stabilisce rapporti diversi con le altre piante. Interferisce, cioè, con l'equilibrio di un sistema ben oltre i cambiamenti che vediamo. Quando vengono importate delle sementi si introducono spesso, involontariamente, anche piante infestanti esotiche, indesiderate. Quando introduciamo  una specie esotica in grado di incrociarsi con una autoctona, diamo origine ad ibridi. Ad esempio, se si porta una pianta americana in Europa e questa è in grado di  ibridarsi con le europee, alla fine avremo la comparsa nelle popolazioni europee di alcuni geni di provenienza americana. Si tratta quindi di una modificazione della ricchezza genica della popolazione iniziale. Interventi di questo tipo alterano in modo profondo l'ambiente e questo nella conservazione della natura è un problema.

Nel tempo questa alterazione viene riassorbita? Penso ad esempio al caso del pomodoro.

Alcune piante come il pomodoro non sono mai riuscite a spontaneizzarsi e sono rimaste nel coltivato. Il problema invece è quando le piante "scappano" dalle coltivazioni.

Può farci un esempio?

I vitigni introdotti dall'America. Due secoli fa arrivarono come portainnesto per le nostre viti. Oggi invece andiamo nelle campagne e ci troviamo la vite americana inselvatichita.

Questo fenomeno porta anche a un cambiamento in specie e quantità per quanto riguarda i parassiti?

Sì, certo.

Importare piante diverse dalle nostre è legale?

Adesso ci sono leggi che lo impediscono ma una volta si faceva tranquillamente. Noi botanici per primi lo facevamo. Adesso per motivi di studio si può fare ma con molti accorgimenti e con periodi di quarantena.

Per quanto riguarda invece le piante geneticamente modificate?

Questo è un discorso molto grosso. L'uomo modifica selezionando da sempre. Le faccio un esempio: la pianta di fagiolo. Quando i fagioli sono maturi, apriamo il baccello (cioè il legume, il frutto) e togliamo i fagioli (i semi) dal suo interno. In natura, quando i fagioli sono maturi il baccello si apre da solo ed i fagioli cadono a terra.   L'uomo ha scelto da millenni piante che  sono difettose dal punto di vista genetico, i cui legumi non si aprono. Lasciate a se stesse queste piante non hanno la possibilità di riprodursi mentre messe in coltivazione l'uomo le preferisce perché invece di raccogliere per terra i semi, può raccogliere i baccelli che li contengono direttamente dalla pianta. La stessa cosa possiamo dire per i cereali che formano la spiga. In natura i chicchi (i frutti), via via che maturano, cadono sul terreno. L'uomo ha selezionato invece piante difettose con spighe che non lasciano cadere i loro chicchi e in questo modo può mietere il grano con le spighe integre. Altrimenti dovrebbe raccogliere tutti i chicchi caduti a terra. L'uomo quindi ha sempre selezionato varianti genetiche, spesso svantaggiose per la pianta, che però rendevano più facile la raccolta. Ha selezionato piante incapaci di affermarsi in natura e ha iniziato a coltivarle. Altre volte ha favorito quelle piante che avevano frutti più grandi, più gradevoli. Nel caso dei cereali spighe più compatte. In questo senso, quindi, l'uomo ha sempre scelto piante un po' "anomale" che in natura non avrebbero continuato ad esistere. Poi ha sempre operato l'ibridazione e ha seminato sempre i semi più grandi. Ibridando si producono piante diverse dai genitori e questo è già scegliere organismi geneticamente “modificati”. La differenza è che oggi conosciamo tecniche di intervento mirate. L'uomo per millenni l'ha fatto inconsapevolmente mentre adesso lo facciamo in modo consapevole.

Sono pericolosi gli organismi geneticamente modificati?

Sono pericolosi nel momento in cui le multinazionali utilizzano queste conoscenze per sperimentare nei paesi in via di sviluppo piante che hanno controindicazioni. Oppure il far coltivare dal contadino ignaro una pianta che il primo anno ha una produzione altissima e il secondo anno, visto che la pianta non crescerà proprio, costringerlo ad acquistare  quel dato fertilizzante chimico messo in vendita dalla multinazionale stessa. Quindi la finalità non è più avere nelle mani piante che siano utili ma costringere all'acquisto di sostanze prodotte dalle multinazionali.

John Zerzan dice che il problema è l'agricoltura in sé e che nel momento in cui abbiamo iniziato a coltivare abbiamo alterato l'equilibrio naturale. Che ne pensa?

L'agricoltura inizia nel neolitico. L'uomo pensa di portare vicino a casa le piante che consuma e inizia, quindi a coltivarle. Non sono d'accordo che il problema sia l'agricoltura in sé ma l'uso egoistico e incosciente della domesticazione delle piante.

Per chi volesse saperne di più sull'etnobotnica o sui suoi progetti di studio?

Ci sono molte riviste scientifiche dedicate a questa materia e anche molti siti on-line sull’argomento. Purtroppo ci sono pochissime pubblicazioni divulgative che affrontano l’argomento con il necessario rigore scientifico.

 

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