Erica Vecchione, convinta che... non è detto che sia giusto solo perché tutti fanno così

Erica Vecchione è una di quelle solide voci “controcorrente” che ci fa riflettere. Ex casalinga, blogger, ha trovato la sua strada; e non tra i “signorsì” di un ufficio o tra i forzati del cartellino. La sua strada se l’è proprio costruita con le sue mani. E qui, su Il Cambiamento, si racconta.

Erica Vecchione, convinta che... non è detto che sia giusto solo perché tutti fanno così

Si è fatta (e si fa) molte domande; alcune risposte le ha trovate, per altre è ancora alla ricerca. Ma di sicuro non sono risposte standardizzate e banali, come tante di quelle che siamo abituati a sentire. Erica Vecchione, ex casalinga, blogger (vitadacasalinga.com), con tre figli e un marito, ha deciso che la scrittura era la sua strada e oggi vive in Liguria. Organizza soggiorni-studio in Italia per ragazzi americani e “si è trovata”. Come? Dove? Ce lo racconta lei stessa. Partendo da un punto fondamentale e irrinunciabile: è una di quelle persone che si ostinano a voler pensare con la propria testa.

Erica, lei invita al boicottaggio e a smettere di comprare giornali o prodotti lesivi della dignità delle donne. Cosa intende nel concreto, quali prodotti e giornali sono lesivi della dignità delle donne?

Se dovessimo andare a fondo, nel concreto, di cosa è lesivo della dignità delle donne, in primis, non dovremmo comprare nessun capo di abbigliamento. Le pubblicità che coinvolgono le grandi firme, ma anche le catene tipo Zara, utilizzano, nella migliore delle ipotesi, immagini di donne che rappresentano un corpo inarrivabile, emaciato, un pessimo esempio per le adolescenti. Nella peggiore delle ipotesi, invece, lanciano messaggi lesivi; ad esempio, in una vecchia pubblicità di D&G era fotografata una donna a terra, bloccata da un uomo che si ergeva sopra di lei, mentre intorno ai due un gruppo di uomini in piedi osservava la scena. Se poi ci addentriamo nel mondo dell'intimo e guardiamo le pose delle modelle… Insomma, per farla breve, fashion ma anche pubblicità e televisione in generale usano tutti un ideale di donna standardizzata e sessualizzata.

Lei considera le multinazionali come “Impero del male” e critica duramente anche quelle alimentari, con tutto il seguito di prodotti confezionati. Afferma senza mezzi termini: “Abbiamo il potere di annientarli semplicemente smettendo di comprare i loro prodotti. Se non vogliamo farlo per l’ambiente, facciamolo almeno per la salute dei nostri figli”. Non le sembra una posizione utopistica e irrealizzabile considerato l’enorme potere economico, pubblicitario e persuasivo che ha l’Impero del male? Perché una posizione tanto critica? C’è chi, come ad esempio gli imprenditori e i sindacati, le contesterebbero che l’Impero del male fornisce lavoro a tante persone.

Tutti i grandi cambiamenti sociali del passato sono stati giudicati avventati o irrealizzabili da una certa intellighenzia industriale o politica, che si voleva garantire un conveniente status quo. Ogni gesto consapevole, nato da una mente critica, può essere un suggerimento a qualcun altro. Si può tendere verso un'ispirazione morale collettiva, volta al benessere della collettività. Il punto di partenza non è eliminare le multinazionali, ma forzarle a ridare dignità ai lavoratori, all'ambiente, agli animali e produrre prodotti di qualità, siano essi alimentari o capi di abbigliamento. 

In un suo post intitolato “Il popolo dei lamentoni”, parla della sfortuna, di cui molti si lamentano, come una percezione soggettiva piuttosto che una fatto reale. Vuole forse dire che gli italiani si lamentano un po’ troppo. E se sì, perché accade secondo lei?

Sicuramente la percezione che, dopo un fatto spiacevole o sfortunato, tutto debba andare male è un approccio che ritrovo in molte persone. È una sorta di vittimismo nel quale crogiolarsi per ottenere l'altrui compassione o i favori delle istituzioni. In America ho visto persone indossare magliette con la scritta “cancer survivor” ad indicare che erano riuscite a debellare la malattia, o almeno a tamponare l'emergenza. C'è un senso di rivalsa che non vedo tanto negli italiani. Vero è che gli italiani hanno una creatività che consente loro di restare a galla, cosa che gli americani si sognano.

Lei è molto scettica riguardo al cosiddetto posto fisso e critica fortemente gli italiani che non fanno granché e aspettano che lavoro od opportunità cadano dal cielo. Qual è la sua esperienza lavorativa e perché ha questa opinione?

A sedici anni ho cominciato a fare lavoretti estivi. Dai diciannove in poi ho sempre lavorato cambiando spesso settore. A ventitré anni avevo un contratto a tempo indeterminato (anni dopo, l'azienda è fallita provando quanto giusta fosse la mia intuizione di andare per conto mio), ma decisi di licenziarmi e partii per Dublino. Rientrata in Italia presi la specializzazione per insegnare italiano come seconda lingua, oggi ho una piccola agenzia viaggi e faccio la guida turistica. Sarà il mio lavoro per sempre? Non credo! Ci sono persone che hanno bisogno delle certezze che un posto sicuro offre, mentre altre, come me, devono continuamente mettersi alla prova e sentire lo stimolo del cambiamento. Chi ha un'indole più propositiva e dinamica riesce, nelle situazioni di difficoltà (come la perdita del lavoro, l’ingresso in mobilità, ecc.), a reagire più prontamente di chi ha sempre creduto che i privilegi lavorativi fossero un suo diritto imprescindibile.

Lei si scaglia duramente contro chi cerca successo in televisione in programmi di livello infimo e grande audience; cita Maria De Filippi, X Factor, ecc. Scrive testualmente: “Giovani baldracche diventano milionarie, rampanti tettone scalano carriere politiche, tonti pesci trota vestono panni da consigliere regionale, paparazzi pregiudicati determinano l’audience, insomma: ciarlatani, furbetti, affabulatori, ignoranti, puttane accorrete numerosi che in Italia si premia la merda!”. Non pensa di essere accusata di snobismo o elitarismo dato che quelle trasmissioni e quei personaggi sono i preferiti dai più? In fondo, dalla De Filippi c’è andato anche Roberto Saviano, scrittore di caratura internazionale.

Saviano è andato dalla De Filippi come Roberto Saviano, non da sconosciuto; è andato con il suo percorso intellettuale e professionale e con un messaggio da diffondere. Se essere snob vuol dire sdegnare il niente televisivo dei reality e talent show, allora sì, sono snob. Ma sarebbe più giusto dire che non amo il concetto – nato e proliferato nel ventennio Berlusconiano (e che ha evidentemente attecchito in un tessuto sociale fertile) – di arrivare al successo senza studio, senza competenza e soprattutto senza un duro lavoro alle spalle. E comunque, la notorietà di questi personaggi una volta usciti dal programma, è stata duratura più o meno quanto i quindici minuti di Andy Warhol. 

Non ha la televisione; perché questa scelta “estrema” ed elitaria ? I suoi figli non si sentono emarginati da compagni di scuola o amici che ce l’hanno?

Più che elitaria, la ritengo di autopreservazione mentale. Senza televisione ho più tempo per me e ho il controllo sui contenuti che i miei figli guardano. Pubblicità, notiziari e film sono spesso pieni di riferimenti inappropriati per bambini piccoli. I miei figli sanno già di essere diversi, non fosse altro perché hanno un padre straniero e vivono in un paese piccolo nel quale nessuno di noi è nato. I ragazzi giovani poi non guardano più la televisione, semmai sono i cellulari che bisognerà saper gestire. In ogni caso, guardiamo tutti i programmi che ci interessano sul computer.

Lei sembra essere una delle poche persone che danno ancora importanza alla coerenza, rinunciando magari a privilegi e visibilità. Ha rifiutato di andare in tv e ha scritto: «In un mondo dove la gente fa a pugni –usando anche qui un eufemismo – per andare in televisione, probabilmente la mia decisione è un po’ controcorrente, ma la coerenza è importante. È importante fare ciò che si dice, e non usare la parola solo per fare spettacolo. In tanti mi hanno detto “Ma vai, questo è un treno che poi non passa più” e altre frasi perentorie sul genere. I latini dicevano che l’uomo è fabbro del proprio destino; è vero che i treni passano ma non tutti i treni vanno alla tua destinazione, bisogna saper salire sopra il treno giusto e non sul primo che arriva. Perciò, grazie. Ma il treno per Roma non ferma in questa stazione».  

Sì, non mi sono mai pentita della mia scelta di non andare in televisione. La credibilità non è subalterna all'incoerenza. Io devo essere fedele ai miei principi, foss'anche per me stessa. In questo sento che non posso tradirmi. La televisione è un mezzo menzognero che ti pone in un livello privilegiato rispetto al pubblico, ma che può metterti in una posizione estremamente manipolabile. Quando mi invitarono in televisione volevano di me una certa immagine, avevano bisogno di un personaggio che fosse adattabile al taglio di quella puntata. E io non posso e non voglio ridurre il mio pensiero a una macchietta televisiva. 

Attraverso la televisione avrebbe avuto più visibilità, magari arrivare ad avere lei stessa una sua trasmissione, pubblicare libri… Inoltre, molti dicono che la televisione è solo un mezzo e come tutti i mezzi può essere usato bene o male; lei lo avrebbe usato bene, per veicolare le sue importanti riflessioni e farle ascoltare a un pubblico vastissimo. Perché ha rinunciato a tutto questo?

Quello che lei afferma sarebbe comunque tutto da verificare. Per me la cosa fondamentale è raggiungere la gente attraverso le mie idee e le mie parole. Ritengo ugualmente importante il viver bene, io sono una bulimica della vita e sento di non voler sprecare energia e tempo in battaglie inutili. Per i libri da pubblicare… ci sto lavorando.

Ancora in merito alla televisione un’altra sua interessante riflessione: “Vien quasi da dire che la gente non sia più capace di stare sola coi propri pensieri ergo, vada indottrinata e intrattenuta 24 ore su 24. O forse la gente, pur lamentandosi di continuo del poco tempo a disposizione, in realtà teme di restare sola col proprio tempo, scoprendo di non sapere che farsene; magari in una casa troppo silenziosa o ritrovandosi a quattrocchi con un compagno col quale non si condivide più nulla”. La situazione è davvero così triste?

Più che triste, anche se solo pochi anni dopo rispetto a questo scritto, direi che è cambiata. Sostituirei il termine 'televisione' con 'smartphones'. Sì, secondo me è davvero così desolante. Si guardi intorno: cosa fa la gente quando passeggia per strada, cena al ristorante o siede in attesa dal medico?

Secondo lei ormai tutti rincorrono l’apparire. Perché questa corsa alla visibilità a tutti i costi, al successo narcisistico effimero? È possibile invertire la rotta o per sopravvivere socialmente e lavorativamente bisogna per forza fare video o interagire sui social?

Viviamo nell'epoca dell'immagine, del codice visivo. Se un amico torna dalle vacanze non racconta cosa ha visto, ma ti mostra le foto. Se va al ristorante non ti spiega il sapore del piatto che ha assaggiato, ma ti mostra l'immagine sul telefono. Invertire la rotta, senza forzature, mi sembra impossibile ad oggi. L'unica soluzione è il pensiero critico e capire cos'è veramente che ci fa dire di essere felici.

Lei afferma che la televisione (o “il virtuale” in genere) fa dimenticare la vita vera che c’è intorno a noi e che offre spunti infinitamente più interessanti.  Parla di mancanza di comunicazione in una realtà di iperconnessi ed è molto critica sull’uso dei cellulari. Sulla tecnologia scrive: “Dicono che la tecnologia ha reso la vita più facile, ma siamo sicuri che l’iper semplificazione – del linguaggio, delle conversazioni, delle relazioni – ci abbia reso più felici? Fateci caso. La gente per strada cammina, è protesa in avanti, fissa il cellulare. Nulla li distoglie dal piccolo schermo saldo tra le mani. La vita scorre intorno ma non se ne curano. Qualcosa più importante imbriglia l’attenzione. Che cosa, non si sa. Domani non se ne ricorderanno nemmeno più». Infine in merito a Facebook lei sostiene che non si batte per creare un mondo migliore ma per creare una azienda più ricca. L’hanno mai accusata di “eresia”?

Più che eretica mi si può eventualmente tacciare di essere antiquata. Io non ho uno smartphone ma un vecchio Nokia (del quale tutti i miei clienti ridono, tra l'incredulo e lo schifato). Rispondo sempre che sono talmente indietro da essere avanti. Il mio essere vintage nasce dal fatto che a me piace ancora guardare la gente negli occhi, leggerne le emozioni e scoprirne il pensiero inespresso. Amo le persone e l'essere umano in tutte le sue sfaccettature, anche quelle più odiose, perché così tutto è infinitamente più interessante di una vita o una relazione vissuta attraverso uno schermo. Nessuno è perfetto e questo forse, sociologicamente parlando, potrebbe essere il mio limite. Me ne farò una ragione. Per quanto riguarda Facebook, direi che le ultime vicende di Cambridge Analitica e l'utilizzo dei dati personali hanno già detto tutto sulla traiettoria di Zuckerberg.

La sua posizione sui cellulari determina un isolamento da parte sua e dei suoi figli? Amici e parenti la credono pazza? C’è chi l’accusa di voler tornare al Medioevo? Cosa risponde a chi dice che attraverso i social possiamo veicolare informazioni in maniera fantastica, mobilitare milioni di persone con un click e creare socialità e legami prima impensabili? E soprattutto che avere il mondo a portata di mano con un cellulare è una delle più grandi invenzioni della storia dell’umanità?

I miei figli sono ancora piccoli, la più grande ha dieci anni e sa – perché in casa parliamo di tutto – che il cellulare le verrà comprato quando sarà ritenuta idonea e forte abbastanza da gestirne la socialità e tutti gli annessi e connessi. Mio marito, come me, ha un telefono vecchissimo sul quale tutti, amici e famigliari, non mancano di sfotterci. Ma così come avviene con lo sfottò calcistico, ci si fa una risata e si aspetta il turno di qualcun altro. In casa abbiamo due computer, siamo abbonati ad Internazionale e al Fatto Quotidiano, non credo di essere carente di informazione. Casa mia sanno tutti dove si trova e prima o poi, da vicino o da lontano, vecchi e nuovi amici finiscono per farci un salto, sia per un bicchiere di vino che per una notte arrangiata spartanamente. Preferisco condividere una chiacchierata piuttosto che una foto su Instagram o un commento di pochi caratteri su Facebook.  Anch'io ho il mondo a portata di mano, solo che lo consulto quando decido io.

Spesso i genitori temono che i propri figli si sentano diversi se si discostano dalle scelte della massa, dalle pratiche convenzionali di consumo e azione. Lei dà una risposta eccezionale a questo terrore “Quasi tutti vogliono che il proprio figlio non si senta diverso dagli altri. E se anche lo fosse? I diversi diventano poi musicisti, scrittori, artisti; il resto – quelli che aspirano ad essere uguali agli altri – finisce in ufficio”. Così lei mette in discussione l’intera impalcatura di un sistema che si basa proprio sugli uguali che fanno andare avanti la baracca. Che tipo di società verrebbe fuori se tutti volessero essere autonomi e pensanti?

Cercare l'omologazione sociale e culturale mi ricorda il folle sogno di Hitler, la creazione di una razza identica e suprematista. La differenza è ciò che nutre e stimola pone il dubbio sulle nostre certezze più incrollabili. Se fossimo tutti autonomi e pensanti saremmo una specie più evoluta di quello che siamo ora, ma i poteri occulti faranno sempre di tutto affinché questo non avvenga.

Mette in dubbio che digitalizzazione voglia dire istruzione, educazione e informazione? L’alternativa?

Non lo dico io, ma psicoterapeuti, pedagoghi, addetti ai lavori e studenti. Leggere e studiare su un tablet o su uno smartphone è macchinoso e il livello di concentrazione dura meno. Non dico di no tout court alle nuove tecnologie in classe, ma non sono neanche per la sostituzione del vecchio libro di testo e la carta in generale. Attingere da entrambe le fonti è utile anche se mi fa ridere quando sento alcuni insegnanti o genitori decantare le lodi dello smartphone in classe quando in realtà sono i ragazzi i primi a dire che alla fine lo usano per altre attività, per nulla legate allo studio. La scuola è importante, così come lo è garantire un salario adeguato e costanti corsi di aggiornamento agli insegnanti, ma lo è anche la famiglia e il contesto culturale in cui si cresce. Poi, ovviamente, il valore aggiunto di ognuno farà la differenza. La curiosità personale, la ricerca di una prospettiva più ampia, la voglia di esplorare e relativizzare, aggiungeranno a quello specifico studente un titolo in più che non si può insegnare a scuola.

Lei scrive: “Dovremmo imparare da quella natura che cerca la luce indomita e tenace; cadere e rialzarci, rialzarci e cadere, fino ad appropriarci di quel che ci spetta, trovando l’energia perduta dietro ad ansie e timori altrui”. Qual è la sua relazione con la natura e quale importanza ha nella sua vita?

Vivo in un piccolo centro in Liguria, la natura mi circonda ovunque. Gli olivi e la vigna, gli agrumi e i solchi dei campi, le civette e i gabbiani. Quando sono stanca della valle, corro giù verso il mare. La natura mi ha insegnato che quando la mente corre troppo veloce, è il momento di accucciarsi e guardarsi i piedi. Questa natura non ha scelto me, sono io che l'ho cercata, lasciando tutto alle spalle, rinunciando ancora una volta a quella bambagia in cui avrei potuto crogiolarmi.

 

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