Ilva: Stato a processo perché non ha protetto i cittadini

Lo Stato italiano è stato messo formalmente sotto processo dalla Corte europea di Strasburgo con l'accusa di non avere protetto i cittadini di Taranto dall'inquinamento pesantissimo dell'Ilva. Intanto a Taranto si è tenuta la prima udienza davanti al tribunale ordinario per il disastro ambientale. Alessandro Marescotti di Peacelink: «Questo processo è una grande speranza».

Ilva: Stato a processo perché non ha protetto i cittadini

Lo Stato italiano è formalmente sotto processo di fronte alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, con l'accusa di non aver protetto la vita e la salute dei cittadini di Taranto dagli effetti negativi delle emissioni dell'Ilva. La Corte di Strasburgo ha ritenuto sufficientemente solide, in via preliminare, le prove presentate, e ha così aperto il procedimento contro lo Stato italiano.

A rivolgersi a Strasburgo sono stati, nel 2013 e nel 2015, 182 cittadini che vivono a Taranto e nei Comuni vicini. Alcuni rappresentano i congiunti deceduti, altri i figli minori malati. Nel ricorso sostengono che "lo Stato non ha adottato tutte le misure necessarie a proteggere l'ambiente e la loro salute, in particolare alla luce dei risultati del rapporto redatto nel quadro della procedura di sequestro conservativo e dei rapporti Sentieri". I ricorrenti contestano inoltre al governo il fatto di aver autorizzato la continuazione delle attività del polo siderurgico attraverso i cosiddetti decreti 'salva Ilva'. Nel ricorso i ricorrenti affermano che lo Stato cosi facendo ha violato il loro diritto alla vita, al rispetto della vita privata e familiare e che in Italia non possono beneficiare di alcun rimedio effettivo per vedersi riconoscere queste violazioni. Fonti della Corte specificano all'ANSA che la decisione di comunicare i ricorsi al governo significa che le prove presentate dai ricorrenti contro l'operato dello Stato sono molto forti visto che solo l'anno scorso i giudici di Strasburgo hanno dichiarato inammissibile il ricorso di una donna che sosteneva l'esistenza di un nesso tra la sua malattia e le emissioni dell'Ilva.

lntanto al Palazzo di giustizia di Taranto c'è stata la prima udienza del processo per il presunto disastro ambientale causato dall'Ilva. Si è tornati in aula dopo la regressione del dibattimento all'udienza preliminare a causa di un vizio procedurale e il nuovo rinvio a giudizio decretato dal gup Anna De Simone nei confronti di 44 persone fisiche e tre società. Il processo si celebra nell'aula 'Emilio Alessandrini' della Corte d'Assise di Taranto, che stenta a contenere le parti processuali e il pubblico, davanti alla Corte d'Assise presieduta dal giudice Michele Petrangelo (a latere Fulvia Misserini e sei giudici popolari). Alla sbarra ci sono anche i fratelli Fabio e Nicola Riva, della proprietà Ilva (oggi in amministrazione straordinaria), l'ex governatore della Puglia, Nichi Vendola, il sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, l'ex presidente della Provincia Gianni Florido, l'ex presidente dell'Ilva Bruno Ferrante, l'ex responsabile dei rapporti istituzionali dell'Ilva Girolamo Archinà, gli ex direttori di stabilimento Luigi Capogrosso e Adolfo Buffo, l'ex direttore di Arpa Puglia Giorgio Assennato, l'avvocato Francesco Perli (uno dei legali dell'Ilva), l'ex presidente della commissione ministeriale che rilasciò l'autorizzazione integrata ambientale all'Ilva, Dario Ticali e il deputato di Sel (ex assessore regionale) Nicola Fratoianni. Sono previste altre richieste di costituzione di parte civile da parte di famigliari di operai morti di tumore o di cittadini residenti nei quartieri a ridosso del Siderurgico. Emiliano ha salutato il procuratore di Taranto Carlo Maria Capristo e gli altri pm e si è accomodato accanto all'avv. Angelo Loreto, uno dei legali dell'Ilva in amministrazione straordinaria, che oggi potrebbe riproporre istanza di patteggiamento. In aula si è affacciato anche l'ex procuratore di Taranto Franco Sebastio.

Alessandro Marescotti di Peacelink, che in questi anni si è battuto strenuamente per denunciare la situazione dell'Ilva e per chiedere giustizia, era all'apertura del processo a Taranto e ha scritto, in tempo reale, queste righe toccanti che vi riportiamo. «Scrivo questi appunti mentre leggono il lunghissimo elenco delle parti civili e durante le fasi tecniche dell’avvio del processo ILVA a Taranto. Sono nell’aula Alessandrini, aula grigia e disadorna, la più grande del tribunale di via Marche ma non sufficientemente ampia per contenere i magistrati, gli imputati. C’è una fila per la costituzione di altre parti civili, e ormai abbiamo superato il numero indicativo di mille. Siamo così tanti che le connessioni wireless arrancano. E’ arrivato anche il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano, che si è seduto in prima fila, assieme ai magistrati. In aula, in piedi, Franco Sebastio, ex Procuratore Capo. Presenzia il nuovo procuratore capo Caro Maria Capristo. Con me l’immancabile avvocato Sergio Torsella, che mi ha accompagnato in tutti questi anni, nella buona e nella cattiva sorte. Questo processo è una grande speranza per Taranto perché per la prima volta a rispondere dell’inquinamento non saranno solo gli uomini dell’Ilva accusati di vari reati, ma anche vari politici».

«La speranza è che venga processata la “malapolitica” di coloro che potavano fare e non hanno fatto. In realtà la responsabilità di vari politici sono anche morali, per aver intrattenuto rapporti vistosamente amichevoli e collaborativi con chi oggi è accusato di reati gravissimi. Taranto un tempo era al primo posto in Puglia per la speranza di vita, mentre oggi è ultima. ILVA perde due milioni e mezzo di euro al giorno. Per cui non vi è più un tentativo di bilanciamento fra la salute e l'economia. Siamo in perdita su entrambi i fronti. In un'intervista resa alle TV ho presentato Piero Mottolese, il mio compagno di lotte, l'ex operaio Ilva che trovò il pecorino contaminato dalla diossina. Il pecorino che trovò nel febbraio 2008 fu analizzato nel laboratorio INCA di Lecce specializzato nell'analisi delle diossine. I dati li portammo in Procura. Risultavano superati abbondantemente i limiti di legge, fissati dalle norme europee. Dopo di che furono ordinati controlli in varie masserie attorno all'ILVA. I dati confermavano la gravità delle analisi che PeaceLink aveva portato in Procura. Il pastore che aveva consegnato a Piero il pecorino avvelenato morirà per un tumore al cervello. Si alimentava con il formaggio delle sue pecore».

 

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