Prosperità senza crescita: il cambiamento è in marcia

“La crescita è un dogma della fede nel sistema economico attuale, ma è proprio la crescita il problema perché il modello attuale non funziona”. Florent Marcellesi, coordinatore del centro di studi e formazione Ecopolítica, è uno dei giovani pensatori più lucidi in questa Europa dove la base della piramide sociale annaspa e cerca una via d’uscita.

Prosperità senza crescita: il cambiamento è in marcia

Il suo ultimo libro, “Adiόs al crecimiento”, non ancora tradotto in italiano, è stato scritto insieme a Jean Gadrey, economista e membro del consiglio scientifico di Attac Francia, e a Borja Barrangué, ricercatore all’Università Autonoma di Madrid e membro di Ecopolítica. Marcellesi è il coordinatore del centro studi e formazione Ecopolitica, ha 35 anni e le idee molto chiare. E gli abbiamo chiesto di raccontarci come ha condensato nei suoi libri, soprattutto nell’ultimo, il pensiero frutto di anni di attivismo e di studi.

Crescita: tutti dicono che è necessaria per superare la crisi e ritrovare il benessere? E' vero secondo te? Nel tuo libro come definisci la crescita?

«La crescita è un dogma della fede nel sistema economico attuale. E soprattutto è ciò che struttura la nostra economia occidentale, in particolar modo dalla fine della seconda guerra mondiale. Quando parliamo di crescita, parliamo prima di tutto di “crescita del prodotto interno lordo” (Pil). In questa economia deve crescere il Pil, deve aumentare la quantità di beni prodotti e scambiati sul mercato. Se vogliamo dirla in un altro modo, deve crescere la “torta” sia economica che relativa ai prodotti per poi ripartirla in capitale e lavoro, cioè tra il mercato e lo Stato.  Mentre cresce a ritmo sostenuto la torta nella modalità “piena occupazione, aumento di produttività e progresso tecnologico”, il capitale sarà garantito, potrà restare costante o crescere e ai lavoratori sarà garantito un impiego (grazie alla redistribuzione di una parte dell’aumento della produttività) e il rafforzamento del loro potere d’aquisto. Ma quando la crescita si ferma, cominciano i guai seri».

La crescita dunque è la soluzione o è il problema stesso?

«E’ il problema perché questo modello di (relativa) pace sociale basata sulla crescita non funziona già più. Cosa accade quando si comincia a perdere colpi e la torta si restringe? Cosa accade se la torta si rivela avvelenata, se manca un ingrediente, se lo stampo è troppo piccolo, se qualche commensale ha mangiato una fetta troppo grossa o se si è mangiato la torta tutta in una volta come nella crisi attuale? Allora la festa finisce e il ritorno alla realtà è particolarmente duro e crudo. E quando si affonda a continuare a guadagnare sono in pochissimi, in genere quelli che avevano già accumulato più torta. Di fatto, oggi abbiamo un socialismo di Stato per i più ricchi e un capitalismo selvaggio per i più poveri, peraltro in un mondo più insicuro, in guerra e insostenibile».

La crescita è anche un ostacolo alla risoluzione della crisi?

«In tempo di recessione l’economia della crescita ci porta al collasso sociale, all’aumento della disoccupazione, della povertà e delle disuguaglianze inaccettabili (come in Italia, in Spagna e nel resto del sud dell’Europa). In tempi di abbondanza si arriva direttamente al collasso ecologico (crisi energetica, climatica, alimentare e perdita della biodiversità). Stiamo assistendo a una decadenza strutturale e progressiva della crescita del Pil nei paesi occidentali. Tutto indica che stiamo uscendo dall’era della crescita. Dobbiamo imparare a vivere con tassi di crescita bassi, nulli o in negativo».

Quali sono secondo te le cause della crisi attuale? Qual è la tesi che sostieni nel libro?

«Le cause sono molteplici, tutte intercorrelate. Ci sono cause ecologiche: non vogliamo ammettere di vivere su un pianeta che non ha risorse infinite. Ci sono cause economiche: abbiamo costruito un sistema basato sull’accumulo, sui privilegi e sulla mercificazione della vita. Ci sono cause sociali: pensiamo, sbagliando, che la disuguaglianza e le competenze siano motori del progresso. Ci sono aspetti culturali: preferiamo il linguaggio dei beni materiali piuttosto che quello delle relazioni sociali.  Ci sono anche cause democratiche: siamo felicemente dediti a una democrazia rappresentativa sempre meno reale e sempre meno efficiente».

Esiste una prosperità senza crescita? Potrebbe essere meglio del benessere che abbiamo avuto finora?

«Certamente! Possiamo e dobbiamo ridefinire la forma collettiva e democratica che ricalchi le nostre necessità. In fondo si tratta di rispondere ad alcune domande fondamentali e esistenziali: perché? Per che cosa? Fino a dove? E come produciamo, consumiamo e lavoriamo? Sono in ballo differenti attività umane: produzione, consumo, lavoro. Devono tutte potersi inquadrare all’interno della capacità di questo pianeta, dove è assolutamente possibile prosperare senza crescere. Come? (Ri)Distribuendo le richezze economiche (prevedendo un reddito di base o reddito minimo), la terra e le ricchezze naturali sulla base di una giustizia sociale e ambientale. Suddividendo il lavoro perché sia produttivo e riproduttivo. Riconvertendo il modello produttivo in uno sostenibile attraverso lavori verdi, decentrati, con la rilocalizzazione dell’economia in circuiti brevi di consumo e di produzione. Demercificando gran parte delle nostre attività e liberando la nostra mente dalla logica della crescita».

Quali sono le condizioni necessarie per realizzare una prosperità senza crescita?

«Occorrono un cambio culturale e strutturale, politico e sociale, locale e globale, personale e collettivo. E’ un progetto a più livelli all’interno del quale dobbiamo mantenere la capacità di agire su tutti gli aspetti della vita perché si tratta di cambiare il sistema!  La buona notizia è che questa transizione ecologica verso una società del vivere bene in un mondo finito è già iniziata grazie ad una moltitudne di iniziative: cooperative per l’energia, di consumo, di finanza etica, cooperative abitative o movimenti per la sovranità alimentare, transition town e tanto altro ancora. Si tratta di generalizzare queste esperienze, mantenendo le redini a livello locale e riuscendo a fissare i nostri progressi nelle istituzioni e nella società. Se ne saremo capaci, si otterrà maggiore giustiza, benessere, pace, sicurezza, democrazia e sostenibilità».

 

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