Suicidi: come fermare questa tragica escalation?

Altre due persone ieri si sono tolte la vita, portando così a 34 il numero delle vittime dell'economia del debito dall'inizio dell'anno. Come fermare questa tragica escalation di suicidi proprio nel momento in cui sembra non esserci più tempo per pianificare una transizione indolore?

Suicidi: come fermare questa tragica escalation?
Ieri è stata l’ennesima giornata nera: altre due persone si sono tolte la vita, un agente immobiliare di Vicenza e un negoziante di Bologna. Le vittime dell’economia del debito sono ormai 34 dall’inizio dell’anno, ma queste statistiche non hanno alcun valore, anche un solo caso sarebbe troppo. Il solo sentimento che è possibile provare in questo momento è rabbia, mista a sgomento. La sola domanda che ritengo opportuno pormi adesso è: “come fermare questa tragica escalation?”. D’accordo, lo sappiamo tutti: il Governo Monti è stato nominato per perseguire interessi antitetici rispetto a quelli del popolo italiano, risponde alle perverse esigenze dell’ultraliberismo europeista, è fedele ad apparati paraistituzionali che hanno ormai usurpato la sovranità statale e popolare. La sua politica è volta a favorire l’attività delle banche, custodi dell’economia virtuale, dei pirati della finanza internazionale, che hanno demolito ogni barriera doganale creando un unico gigantesco mercato, e dei guru del consumo, che hanno sovvertito ogni logica riscrivendo la definizione stessa di benessere. Ma andate a farli ai familiari di Piero Marchi questi discorsi, che si è appena impiccato nel retrobottega del suo negozio di via Duse, alla periferia di Bologna, sembra perché schiacciato da un debito di diverse migliaia di euro nei confronti di Equitalia, che evidentemente non era in grado di sostenere. Le famiglie oppresse da questa economia canaglia, le stesse che hanno sfilato appena un paio di giorni fa nel capoluogo emiliano, hanno bisogno di risposte concrete e immediate, non (solo) di un’analisi che metta a nudo le criticità di un meccanismo mal concepito e ormai irrimediabilmente inceppato. Prima ho parlato di rabbia e sgomento, ma certamente molti di noi saranno pervasi da un profondo senso d’impotenza. Cosa possiamo fare oggi, oggi che non c’è più tempo per pianificare una transizione indolore verso un’economia reale, che recuperi il valore dei beni reali, della manodopera, del saper fare? Già da tempo sollecitiamo la società civile ad attivarsi per rifondare questo sistema ed evitare un crollo non solo economico, ma anche energetico, ambientale, sociale, politico. Oggi però – e, lo ammetto, ne sono rimasto quasi sorpreso – sembra evidente che l’ora è giunta. Una trasformazione dolce e graduale non è più possibile, la sola opzione disponibile è un violento collasso in occasione del quale tutti, anche gli incolpevoli, dovranno purtroppo pagare dazio. C’è però forse un lato positivo: tanto è plateale, tanto è radicale il cambiamento che sta cominciando a manifestarsi, che nessuno può più rimanere con la testa nascosta sotto la sabbia. Piccoli segnali sono giunti dalle recenti tornate elettorali: l’exploit di diversi movimenti politici o meta politici alternativi ai grandi partiti di sistema – gli esempi in questo caso sono dei più eterogenei, dal Movimento 5 Stelle in Italia al radicale Alba Dorata in Grecia – testimoniano un deciso – seppur, per ora, disordinato – mutamento dell’orientamento dei cittadini europei, ormai consci che i rappresentanti istituzionali e i loro apparati sono marci o, nella migliore delle ipotesi, inefficaci. Tornando al tema d’apertura però, la sensazione di essere impotenti e inermi di fronte a quanto sta succedendo nel mondo del lavoro e della piccola imprenditoria permane. Non è facile offrire una soluzione, sia pure un tampone d’emergenza, alle migliaia di famiglie in difficoltà, alle troppe persone per le quali addirittura la morte è una sorte migliore dell’insolvenza. Questa disperazione, spesso accompagnata dalla rabbia, va però incanalata in maniera positiva. Per quanto possa essere difficile, non bisogna cedere alla rassegnazione, un bene prezioso come la vita umana non può e non deve essere subordinato rispetto a un perverso meccanismo economico studiato da pochi per il beneficio di pochi. Certamente la situazione non è semplice: l’intricata rete della finanza è piena di tranelli, spesso ci mette gli uni contro gli altri e il ripudio di un debito rischia di finire col ritorcersi contro un altro debitore, in una catena potenzialmente infinita. L’unione però, ancora una volta, fa la forza. Esistono esperienze e circuiti virtuosi attuati da chi sta tentando di sottrarsi alle trappole dell’economia del debito e più essi cresceranno maggiore sarà il potere contrattuale su cui potrà contare quella fetta di cittadinanza, ormai sempre più consistente, che vuole canalizzare in maniera intelligente e positiva il cambiamento in atto. Deve prevalere la logica della solidarietà: non più homo homini lupus, non più divisi e attenti solo al proprio orticello, al saldo del proprio conto in banca. Esperienze economiche e sociali virtuose servono anche a evidenziare che il denaro non deve essere che un mero mezzo, non un obiettivo da inseguire, e che il benessere della comunità e dei suoi membri deve prevalere su tutto il resto. Al contempo, è necessaria una decisa presa di posizione nei confronti di coloro che agiscono in malafede, che in molti casi sono gli stessi che hanno creato e continuano a perpetrare il sistema del debito. Ecco dunque un canale verso cui indirizzare la rabbia, la frustrazione, le voglia di rivalsa, la sete di giustizia che, se subite passivamente e in maniera negativa, possono portare a commettere gesti estremi e insensati. Il cambiamento passa anche per le piazze, per le strade delle nostre città: riappropriamocene in maniera costruttiva, pulita, sincera, così come hanno fatto i piccoli imprenditori che si sono raccolti lunedì scorso a Bologna. C’è bisogno di coraggio, determinazione, forse anche un po’ di spregiudicatezza; che lo vogliamo o no, la società in cui viviamo sta entrando in un processo di profonda e radicale trasformazione che, anche se di primo acchito può spaventare, rappresenta in realtà un’opportunità imperdibile.

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