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Energia nucleare, un prezzo troppo alto da pagare

Un costo medio che si aggira tra i 4 e i 6 miliardi di euro per impianto, tempi burocratici di minimo cinque anni, e poi la questione irrisolta delle scorie. Da qualsiasi punto la si guardi l’energia nucleare ci costa più di quello che possiamo permetterci, sia dal punto di vista economico che ambientale.

di Francesco Bevilacqua - 11 Aprile 2011

nucleare costi
Si può ipotizzare un costo medio che si aggira intorno ai 4, 5 o 6 miliardi di euro per ciascun impianto

La discussione riguardante un argomento così importante come la questione energetica, con particolare riferimento alla tipologia delle fonti da cui trarre l’energia di domani, dovrebbe essere un argomento assolutamente indipendente da ogni valutazione economica. Naturalmente bisognerebbe fare i conti con la disponibilità dei governi, dei cittadini, delle società di servizi e di ogni altro soggetto interessato alla produzione, gestione, distribuzione e utilizzo dell’energia, ma mai bisognerebbe iniziare una valutazione di un tema così importante per l’avvenire del pianeta con le parole “dal punto di vista economico ci converrebbe…”.

In questa chiave va letta la breve analisi che proponiamo, che riguarda i costi vivi dell’energia nucleare, sia quelli diretti che quelli indiretti: non una valutazione su cosa sia più redditizio dal punto di vista economico – l’abbandono del nucleare o la sua riconferma –, bensì la volontà di aggiungere un ulteriore elemento alla riflessione già completa e profonda che il tema ha suscitato in questi giorni.

Vediamo innanzitutto quanto costa costruire una centrale nucleare. Generalmente si calcola un ammontare di circa 3000 euro per ogni kilowatt che la centrale è in grado di erogare. Si può ipotizzare quindi un costo medio che si aggira intorno ai 4, 5 o 6 miliardi di euro per ciascun impianto. A questo vanno aggiunti tempi burocratici di minimo cinque anni, che possono arrivare anche a oltre tredici, come nel caso della centrale finlandese di Olkiluoto; non si tratta però in questo caso di costi monetizzabili.

La fase successiva è il funzionamento della centrale e l’effettiva produzione di energia. La stima in questo caso si attesta intorno ai 0,03 euro per chilowattora, più o meno in media con quelle delle altre fonti (idroelettrico e carbone 0,02 euro, gas 0,04 euro, biogas 0,05 euro). C’è da dire che questo conteggio prende in considerazione solo il costo della produzione tout-court, senza considerare tutto quello che bisogna spendere per costruzione e smantellamento degli impianti e soprattutto per lo studio di soluzioni di stoccaggio delle scorie.

scorie nucleari smaltimento
Quello dello smaltimento delle scorie è il grande punto interrogativo che penalizza il nucleare

E qua arriviamo alla vera nota dolente dell’energia nucleare: per fare un esempio, il progetto di seppellimento delle scorie delle centrali americane sotto la Yucca Mountain, in Nevada, è costato al governo più di 15 miliardi di dollari, senza peraltro portare a una soluzione definitiva. In tutto il paese, ogni anno vengono spesi più di 100 miliardi di dollari per il contenimento delle scorie, 7 in Francia e 5 in Germania. In generale, quello dello smaltimento delle scorie è il grande punto interrogativo che penalizza il nucleare rendendolo un’incognita ingombrante e costosa, poiché lo studio e la realizzazione dei siti di stoccaggio (non smaltimento, poiché per quello ci vorrebbero migliaia di anni) costituiscono un’attività che assorbe immani quantità di risorse economiche e non solo.

Bisogna inoltre tenere conto dei costi burocratici legati all’energia nucleare. Dal 2001 nel nostro paese è stato istituito un prelevamento che rappresenta una sorta di buona uscita per il nucleare dall’Italia dopo il referendum che lo ha bandito e che avrebbe lo scopo di finanziare lo smaltimento di tutti gli impianti e le società che erano collegate alla loro gestione. La cifra in questione è complessivamente superiore ai 3 miliardi di euro, anche se un computo che prende in esame il costo totale dell’esperienza nucleare italiana avviata e poi abortita attesterebbe le perdite totali intorno agli 11 miliardi. Ancora oggi paghiamo poi i CIP6, quota della bolletta energetica che viene destinata alle energie alternative, fra le quali viene inserito anche il nucleare.

Un’altra voce che bisogna necessariamente considerare è quella dei mancati investimenti nella ricerca e nello sviluppo di energie alternative, preferibilmente pulite e rinnovabili, resi impossibili dalla penuria di risorse, dirottate nel settore nucleare.

Una delle grandi critiche che viene tradizionalmente rivolta a fonti energetiche come eolico o solare è la loro insufficienza a coprire il fabbisogno energetico complessivo; a parte che bisognerebbe sempre partire dal presupposto che una massiccia riduzione dei consumi è necessaria a prescindere dalla fonte di produzione dell’energia, ci si dovrebbe forse interrogare a proposito dell’opportunità di investire più in idee alternative e potenzialmente molto efficienti – penso per esempio al kitegen, l’eolico di alta quota, che vanta una resa potenziale ben superiore addirittura a quella del petrolio ma necessita ancora di una attenta e completa fase di studio e di sperimentazione – invece che continuare a destinare risorse a un sistema di produzione energetica che presenta ancora troppe incognite e criticità.

calder hall
La scadenza per la definitiva chiusura della centrale britannica di Calder Hall è stata fissata nel 2115

Infine, è necessario tenere presente i costi di smaltimento, apparentemente scontati ma spesso non considerati. In Italia la dismissione delle quattro centrali nucleari in funzione fino al referendum – la Latina, la Garigliano, la Fermi e la Caorso – è costata circa 2,5 miliardi di euro ma è ancora in corso e non si concluderà prima di una ventina d’anni. A proposito di tempi biblici, pensate che la scadenza per la definitiva chiusura della centrale britannica di Calder Hall è stata fissata nel 2115.

Naturalmente, per non essere fatalisti, non abbiamo computato gli incalcolabili costi che bisogna sostenere nel caso di inconvenienti più o meno gravi – il Giappone purtroppo ne sa qualcosa in proposito –, ma anche questa voce va tenuta da conto se si vuole stilare un resoconto davvero esauriente dell’esperienza nucleare.

Chiudiamo riprendendo la considerazione iniziale: il dato economico non deve essere prioritario ma deve rappresentare solo un parametro per valutare la fattibilità di un progetto energetico oppure una chiave di lettura per analizzare con completezza la resa di una fonte energetica. Il criterio principe deve essere come sempre quello della tutela e della salvaguardia della salute del pianeta e dei suoi abitanti. Come i recenti fatti – gli ultimi in ordine cronologico – hanno dimostrato, il bilancio del nucleare in questo senso è decisamente negativo.

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Autore: Paul Connect
Casa editrice: Dissensi
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