Crisi dei mercati. L’analisi: il naufragio delle potenze mondiali

Sulla scia delle notizie finanziarie catastrofiche e catastrofiste delle ultime settimane, l'analisi delle vicende internazionali guardate con altri occhi: il naufragio di gusci ormai vuoti, pesanti involucri privi di contenuto. Da sempre le crisi finanziarie – necessarie al sistema capitalista per rigenerarsi – hanno portato a situazioni di ingiustizia. Oggi qualcosa sta cambiando.

Crisi dei mercati. L’analisi: il naufragio delle potenze mondiali
Nel 1600 l'Olanda era una potenza commerciale senza eguali e possedeva una flotta potentissima. Molti dei pittori fiamminghi figli di quell'epoca si erano specializzati nel dipingere ampie tele molto particolareggiate che raffiguravano con toni epici le battaglie navali. Navi smembrate, fiamme che divampano dalle stive, corpi che schizzano in aria a formare strani ghirigori. Quei quadri avevano una funzione prevalentemente celebrativa. A riguardare oggi le carcasse degli imponenti vascelli, delle eleganti fregate, l'impressione è tutt'altra: piuttosto che ad un'apologia della potenza olandese sembra di assistere all'allegoria della situazione economica mondiale. Il primo vascello, quello in primo piano, è sicuramente americano. L'economia che per anni si è posta alla guida del mondo, considerata da sempre la più solida in assoluto, la regina delle triple A delle agenzie di rating, sta dimostrando di colpo la propria intrinseca fragilità. La questione del tetto del debito, che ha lasciato il mondo per giorni col fiato sospeso, non è che l'ultima di una serie criticità sistemiche che hanno portato al collasso un intero sistema. Prima ancora di essa ci sono la crisi dei consumi e la privatizzazione spintasi fino all'interno dell'apparato governativo. Il calo dei consumi ha avuto, e continua ad avere, un effetto devastante all'interno del sistema economico americano che, come non ha mancato di notare Bauman in vari saggi, da ormai diversi anni ha compiuto la storica transizione da società di produttori a società dei consumatori. Per società dei consumatori il sociologo polacco intende un modello sociale che – per la prima volta nella storia – investe ogni individuo membro più nel ruolo di consumatore che in quello di produttore. Si capisce dunque come la crisi dei consumi americani – crollati sul finire del 2008, poi rimbalzati lievemente verso l'alto ed ora tornati a scendere – abbia avuto conseguenze profonde non solo dal punto di vista finanziario, ma sull'intero sistema che si basa su quel paradigma. Già da tempo gli americani avvertono con forza la necessità di un cambiamento drastico ed è sempre più percepita l'urgenza di celebrare i funerali di un modello sociale basato su neoliberismo e consumismo. Tale urgenza era sfociata sul finire del 2008 in una partecipazione senza precedenti alla elezioni presidenziali conclusesi con la vittoria di Obama. L'entusiasmo sorto intorno alla figura del nuovo presidente era dovuto alle istanze di cambiamento – alcune piuttosto radicali per la società Usa – da questo proposte. Il perché questi germogli non abbiano attecchito lo spiega Naomi Klein in un recente articolo per il Guardian apparso sull'Internazionale in occasione del decennale del G8 di Genova. L'autrice di No Logo definisce quella di Obama “una delle campagne di rebranding più efficaci della storia”. L'uomo della speranza ha preso in mano un marchio Usa piuttosto sgualcito e maltrattato dalla gestione Bush e l'ha trasformato nuovamente in un prodotto vendibile. Gli Stati Uniti spacconi e guerrafondai incarnati alla perfezione dal burbero texano e tanto detestati in Europa e nel mondo sono stati trasformati nel giro di una campagna elettorale nell'America pacifista e green di Obama. Ma a questo cambiamento d'aspetto, purtroppo, non ha corrisposto nessuna modifica nella sostanza. Nei fatti l'amministrazione Obama ha proseguito la politica estera aggressiva del predecessore, ha autorizzato trivellazioni negli oceani e non ha ridotto il tetto delle emissioni nocive, ha pianificato la costruzione di nuove centrali nucleari. Il fatto è che quel logo nazionale sgualcito non era l'unica pesante eredità lasciata dall'amministrazione Bush. Al pari di molte grandi aziende che hanno chiuso le proprie fabbriche ed appaltato la produzione concreta delle merci ad altre ditte, limitandosi ad incarnare dei valori – la Klein cita come esempio la Nike e la Apple, ma è pratica diffusa fra tutte le multinazionali –, l'amministrazione Bush ha svuotato di ogni potere l'apparato governativo, subappaltando ai privati ogni aspetto della gestione dello Stato, dalla difesa dei confini alla protezione civile all’intelligence. L'America ereditata da Obama, dunque, non era che un guscio vuoto, un involucro da riverniciare con nuovi colori ma il cui contenuto era stato già svenduto da tempo a lobby private. L'impotenza di Obama è emersa con ogni evidenza dall'accordo per evitare il default. Il Presidente ha ceduto a tutte, o quasi, le richieste delle lobby: il tetto massimo del debito è stato innalzato per la 74esima negli ultimi cinquant'anni, la decima dal 2001, senza aumentare di un centesimo le tasse per i più ricchi. Ma accanto al decrepito barcone americano riverniciato a nuovo che cola a picco, ve n'è un secondo che sembra destinato a fare la stessa fine. È il vascello cinese, la fabbrica del mondo, che con la propria produzione fa da contraltare al consumismo degli Usa, dei quali, per altro, possiede buona parte del debito. La Cina è stata negli ultimi anni la patria ideale del nuovo capitalismo: “libertà per il capitale e uno Stato che fa il 'lavoro sporco' del controllo dei lavoratori” per citare Il filosofo sloveno Slavoj Zizek. Un capitalismo, quello cinese, che ha sacrificato all'altare dello sviluppo e della crescita sfrenata ogni attenzione per l'ambiente o per i diritti dei lavoratori. Ma anche gli ingranaggi del colosso orientale sembrano essersi inceppati. Svariati problemi affliggono l'economia cinese: l'urgenza di sviluppare un mercato interno per far fronte alla crisi delle esportazioni, l'esplosione della bolla immobiliare, le crescenti rivendicazioni dei lavoratori ed il conseguente aumento del costo della manodopera. Se i primi due punti possono considerarsi congiunturali alla crisi economica in atto, il terzo rappresenta forse il rischio maggiore in chiave futura. Le rivolte scoppiate nella provincia di Guandong – che da sola rappresenta circa un terzo delle esportazioni cinesi – hanno visto il governo centrale cedere alle richieste di lavoratori ed acconsentire ad una serie di aumenti salariali. La reazione delle aziende che avevano impiantato in Cina i propri mezzi di produzione è stata immediata. È indicativo l'esempio riportato dal seguito blog spagnolo La Haine: la Foxcom International Holdings, la maggiore produttrice mondiale di prodotti elettronici (iPhone e iPad per Apple, i dispositivi Dell, fra gli altri) ha da poco annunciato lo spostamento delle fabbriche dalla Cina al Brasile. Molti altri produttori si stanno spostando verso la più vicina Indonesia; è in atto il tipico processo di osmosi del capitale da paesi dove la manodopera è più cara verso paesi dove lo è di meno. Chi manca all'appello? Ovvio, il vascello europeo, che ha rivolto le bocche dei cannoni verso l'interno dell'imbarcazione ed ha iniziato a sparare. I chiodi arrugginiti che lo tenevano assieme sono saltati alla prima cannonata. Troppe le differenze che separano la locomotiva tedesca, attualmente l'unica economia florida a livello mondiale – anche l'unica, guarda un po', ad aver scommesso pienamente su energie rinnovabili e sviluppo sostenibile – dalle economie doloranti di Grecia, Italia, Spagna, Irlanda, Portogallo. Troppi i quasi 400 punti di spread che separano i bond italiani da quelli tedeschi – per quanto sia discutibile e del tutto arbitrario il sistema di valutazione proposto dalle agenzie di rating. A questo si aggiunga il declino delle democrazie rappresentative del vecchio continente, che vanno smantellando lo storico sistema di welfare e si presentano sempre più distaccate dalla popolazione che sono chiamate a rappresentare e sempre più vicine agli ambienti della finanza internazionale, quando non sono dedite alla cura dei propri stessi interessi. In pratica, come riassume perfettamente Mike Davis in un articolo per Il Manifesto del 31 luglio scorso, sono stati messi in dubbio di colpo “tutti e tre i pilastri del McWorld, già assai più traballanti di quanto si pensi: consumo americano, stabilità europea e crescita cinese”. Di fronte ad una crisi duratura ha mostrato tutta la sua debolezza intrinseca quell'intreccio di modelli economici – e sociali – che fino a ieri veniva considerato pressoché incrollabile. Hanno fallito il consumismo ed il neoliberismo americani, ha fallito la produzione a basso costo cinese, hanno fallito le vuote democrazie europee. È ormai chiaro che la ricetta per uscire dalla situazione attuale non deve passare per nessuno dei tre precedenti modelli. Chi propone soluzioni suicide come quella di accelerare i processi di privatizzazione dei beni e servizi degli stati in crisi si dimostra miope o particolarmente interessato. Urge un cambiamento di rotta, questa volta non solo apparente. Perché questo avvenga non basterà affidarsi ai governi, complici di questo disastroso progetto economico mondiale. Da sempre le crisi finanziarie – necessarie al sistema capitalista per rigenerarsi – hanno portato a situazioni di maggiore concentrazione economica, alla perdita dei diritti da parte dei cittadini, all'imposizione di leggi e provvedimenti liberticidi, in nome di un fantomatico ‘bene superiore’. Oggi, per la prima volta nella storia, la consapevolezza dei cittadini, la loro comprensione di queste dinamiche distorte è tale da non poter più accettare ad occhi chiusi una 'pillola della salvezza'. In molte parti del mondo il popolo è oggi più avanti nel processo di cambiamento culturale rispetto alle istituzioni chiamate a rappresentarlo e guidarlo. Quasi ovunque, come reazione alla crisi, le persone si sono arroccate a difesa non tanto dei loro singoli possedimenti, quanto di ciò che consideravano un bene comune, ottenendo spesso importanti vittorie. Così come nei quadri dei pittori fiamminghi il fumo nero dei vascelli in fiamme non lasciava intravedere l'orizzonte, il caos suscitato dal collasso del sistema economico attuale non permette di stabilire con certezza cosa accadrà nei mesi venturi. Né si può intuire se tutte le barche affonderanno o se e quante ne resteranno a galla. E chi lo sa, magari ad affondare saranno soltanto dei vecchi gusci vuoti, involucri pesanti senza contenuto, e verranno salutati da lontano dall'equipaggio – a bordo di imbarcazioni nuove e più efficienti – col sollievo con cui si saluta l'ultima immagine di un brutto sogno, nel momento in cui ci si risveglia.

Commenti

Ciò che mi preoccupa maggiormente è l'unanime ostinazione ad indicare nella crescita la via d'uscita. Potrà prevalere un'alternativa prima di un disastro epocale?
Marino, 05-08-2011 07:05
leggendo questo articolo mi e venuto in mente un vecchio film documentario che trattava della crisi argentina dove le banche d,affari internazionali insieme a filiali interne, speculando sul dollaro attraverso un meccanismo chiamato a bicicletta ricavavano enormi profitti, mentre scaricavano gli oneri sui cittadini.inoltre le multinazionali e le corporazioni facevano man basso delle ricchezze del paese .e secondo me la crisi argentina e stata il primo segnale di un sistema economico che se applicato su larga scala non poteva che produrre gli effetti di cui l,articolo parla .questo e purtroppo la strana logica ,di chi propone ,e ha messo in atto quello che viene definito liberismo .inoltre questo sistema di potere non ha piu niente di patriottico ,perche in nome del profitto ,fine ha se stesso non guarda in faccia piu a nessuno e tutti popoli sono buoni per essere sfuttati mentre nell,imperialismo vecchia maniera i popoli raccoglievano almeno le bricciole, delle conquiste imperiali.non voglio dilungarmi oltre ma c,e una bella parabola sul vangelo ,che dice che mentre il buon seminatore dopo aver seminato semi ecellenti ,se ne ando a riposare ,e mentre il buon seminatore riposava ,il diavolo seminava zizzanie .se applichiamo questa parabola ai problemi che stiamo trattando si evince questo i bravi seminatori possono essere i nostri costituendi che ci hanno dato una buona costituzione noi invece di vigilare su di essa e possibilmente migliorarla ci siamo messi a dormire. chiaramente la parabola riguarda noi italiani traditi sempre da chi doveva esserne il cane di guardia della costituzione capito di chi parlo....
claudio 50, 07-08-2011 01:07
Che il sistema di produzione capitalista si basasse sullo sfruttamento del lavoro umano è un dato che dovrebbe essere stato acquisito da almeno un secolo. Ciononostante si continua imperterriti, nelle analisi e nei progetti socio-economici,a cercare dei correttivi e delle soluzioni alle periodiche catastrofi economiche e umane che quel sistema continua a generare come se non ci fosse alternativa alcuna al razzismo e alla prepotenza classista insite in ogni riedizione dello stesso. Non basta la dimostrazione che un paese comunista come la Cina stia percorrendo disastrosamente la stessa rotta, avendo adottato pragmaticamente quello stesso sistema,a far demordere questi ignobili inventori e incontinentemente avidi diffusori di menzogne, corruzioni e illusioni.Finchè ci saranno forze lavoro da sfruttare in Brasile, India, Africa, etc. non si fermeranno e cercheranno -come stanno facendo adesso, nel momento cioè che la crisi da loro così imprudentemente innescata per ingordigia a livello mondiale-di imposessarsi anche della terra, dell'acqua, della sabbia da cui questa forza lavoro è impastata e trova la sua vita.Le faranno chiamare dai vari stati affamati "gioelli di famiglia" e se le faranno vendere all'incanto per poter finalmente ripristinare la schiavitù. nel nome della...loro libertà e della lotta contro il comunismo di...tutti gli altri. E' chiaro però che, a questo punto, tutti gli... altri non saranno così suicidi da costruire il coperchio della pentola straripante di cieca avidità.
Franco, 07-08-2011 10:07
stamattina tutti i tromboni sia della economia che della politica tuonano all'unisono tutti d'accordo nello stampare carta straccia come i loro padroni americani tanto a loro cosa gliene frega tanto poi quel denaro pensiamo noi, col nostro lavoro a dargli valore, attraverso quella fiscalità diffusa che si chiama inflazione,e che per noi lavoratori non significa altro che peggioramento delle condizioni di vita gia molto precarie. inoltre a proposito di obama come poi si e capito e come alcuni avevano gia capito che non si trattava di un vero nero ma di un bianco travestito da nero. come diceva il bravo pino daniele la faccia l'ha dipinta per essere lodata. signoraggisti commentate questi argomenti, perche ho sete di imparare.
claudio 50, 08-08-2011 10:08
C'è sempre chi vuole bacchette magiche, benesseri virtuali, regole che valgono per sè e non per gli altri o viceversa. E' il concetto di profitto che, inteso come lo intende il capitalismo, è iniquo nella sua natura: c'è sempre uno che ci guadagna e uno che ci perde, non è scambio ma truffa legale (tutte robe già dette da Marx ad esempio, anche sulla paga bassa dei lavoratori che creano prodotti a prezzo alto). Non si può andare al mulino senza infarinarsi, i giochi delle tre carte, come tutte le bugie, hanno le gambe corte. Dobbiamo adottare un punto di vista globale, complessivo e insieme non assoluto, dobbiamo lasciare spazio al vuoto, al caos, che senza di esso,senza quello spazio di manovra pur ragionato e non anarchico (nel senso peggiore), non c'è modo di cambiare, di ricostruire qualcosa di diverso con questi mattoni. Questo per il "non assoluto": il "globale" è complementare, perchè assoluto spesso, anzi quasi sempre, significa prendere una parte del quadro (spesso la nostra parte, quella che interessa a chi sta guardando) e considerare che non ci possa essere altra parte che questa. E' non vedere l'altro. Ma l'altro, ormai è più evidente ma è sempre stato così, siamo noi e viceversa, perchè la nostra sorte è comune, quello che fa l'altro ha impatto su di noi. Neanche questo, almeno, ci ha insegnato la Globalizzazione?
Marco B., 08-08-2011 05:08
@Claudio io non parlerei di razza, mi sembra offensivo anche se so che tu lo usi come metafora di diversità, di alternativa non equivalente (o di "differenza non indifferente" per usare il motto dei semiologi, che è anche una frecciata alle false scelte dei capitalisti, all'omologazione del denaro, ma non solo). Parlerei piuttosto di un conservatore travestito da innovatore, o di uno di quegli ambigui (anche non volontariamente) riformatori interni, che siamo un po' tutti noi: uno che vuole cambiare il capitalismo con la sua educazione e i suoi punti di riferimento capitalisti. Ora, non urliamo alla vergogna, siamo tutti figli di questo tempo e se vogliamo cambiarlo dobbiamo farlo partendo da questo tempo e dalla sua eredità, con la visione del mondo che questo tempo ci ha dato e che abbiamo succhiato col latte almeno un po'. Non possiamo essere alieni che vengono ad illuminare dall'esterno. Ma metterci in discussione sì, provare a pensare diverso, a decostruire le idee date per scontate. Queste idee non vanno buttate, sono gli "strumenti del padrone" che abbiamo, gli unici ad essere pronti all'uso. Ora dobbiamo adattare quello che possiamo. Usare questi strumenti, queste impostazioni, potebbe essere controproducente, ma dobbiamo maneggiarli per crearne altri. Buttare semplicemente via tutto è l'altro estremo del pensare che questo mondo possa sanare i propri guai se si va per la medesima strada di sempre ma più veloce. Un modo di fare, quando ha dei limiti, non è certo rimedio a sè stesso, almeno non a lungo (prima o poi un rimedio di questo tipo da assuefazione, è una sorta di sintomatico).
Marco B., 08-08-2011 06:08
no marco mi scuso perche non aver specificato bene quello che volevo dire perche avevo un po fretta e mi irritavano i commenti che sentivo per la tv,quello che volevo dire di obama non e affatto offensivo per i neri ,anzi io seppur con qualche dubbio,ho salutato l,elezione di obama molto positivamente,mi sembrava che i neri,cosi duramente oppressi,con la schiavuitu prima ed emarginazzione dopo., avessero,con obama iniziato a riscattarsi. simbolicamente per me significava molto che un nero andasse alla casa bianca ,non solo per neri ma anche per gli indiani americani ,e per quella parte di lavoratori salariati marginali che sono stati duramente,oppessi dal capitalismo selvaggio prima,e da un capitalismo ancora piu immorale dopo.la delusione sta nel fatto che questuomo,dotato di un,itelligenza straordinaria,non ha fatto, non perche si e trovato di fronte a una forte opposizione,ma perche si e dimostrato,piu che un innovatore, un ,continuatore,della politica busciana.con la differenza che mentre il primo era un mediocre politico. questo e un politico eccezionale .ma purtroppo anche lui un agente del capitale finanziario,e delle corporazioni multinazionali e guerrafondai .questo e quello che volevo intendere per falso nero.per me la razza umana e una ma si divide in due quelli che sfuttano e quelli sfuttati.insomma per essere piu chiaro penso che anche in america la politica sia un teatrino ,e che i politici facciano solo il gioco delle parti.
claudio 50, 10-08-2011 04:10
Io invece penso che abbia trovato opposizione e, da bravo politico, abbia preferito il consenso al coraggio. Opinione un po' migliore, dunque, ma non tanto. E comunque, tranquillo, l'avevo capito. Io quel "falso nero" l'avevo inteso nel senso di una persona che ha la cultura, la formazione, le idee e le frequentazioni di un wasp, dunque l'opposto della diversità al potere, dell'oppresso al comando che è tanto stato sbandierato
Marco B., 13-08-2011 11:13

Lascia un commento


Per lasciare un commento, registrati o effettua il login.