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SPECIALE » Il 6 maggio e il senso del lavoro

La vera 'impresa'? Aiutare gli altri!

Il valore dell’impresa sociale e dell’iniziativa locale al di là del paradigma del profitto può essere oggi sostenuto da una comunità di persone unite dalla rete: il lavoro può nuovamente reinventarsi per produrre vero benessere.

di Francesca Fugazzi - 6 Maggio 2011

per mano
La rete virtuale può creare reti reali di persone disposte a mettersi in gioco

Pare ormai assodato che il paradigma del profitto sia, oltre che chiaramente dannoso, obsoleto. Dannoso perché le società umane e il loro benessere non possono basarsi sulla rincorsa spasmodica e consumistica alla creazione di prodotti spesso non richiesti e, quindi, di denaro. Obsoleto perché è un modello non più funzionale (lo è mai stato?), eticamente superato nella sua forma più tradizionale.

In questo senso, l’impresa sociale può essere un elemento creativo e di rinnovamento di una società tormentata da innumerevoli tensioni dovute ad un produzione ipertrofica di beni (o mali?) e servizi che sempre più frequentemente non soddisfano i reali bisogni ma che ne creano di fittizi. Società spesso gestita da organi amministrativi e di controllo centralizzati e altamente inefficienti.

Indicatori a cui fino a poco tempo fa eravamo portati a credere come verità assolute oggi vengono rimessi in discussione e rivisti profondamente. L’andamento del famigerato Pil, Prodotto Interno Lordo (a dire il vero, un’espressione piuttosto evocativa), è in teoria preposto a designare in modo incontrovertibile la capacità di un paese di creare ricchezza e, quindi, benessere.

L’anima nevrotica del Pil ha trasformato gli Stati in enormi aziende. Aziende con lo scopo di produrre utili, di far denaro. In altre parole, di creare ricchezza. Ma... è davvero così? Cosa significa 'ricchezza' e cosa significa 'creare ricchezza'? È la capacità di produrre e vendere sempre di più nel minor tempo possibile? Forse dovremmo vedere tale approccio in prospettiva e chiederci a cosa porterà: è immediato capire che non sia sostenibile.

Per fortuna, è sempre più condivisa la visione secondo cui il Pil non può dirci nulla riguardo al nostro benessere o, comunque, può al limite darci informazioni insufficienti. I premi nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen insieme a Jean-Paul Fitoussi nel libro La misura sbagliata delle nostre vite spiegano come mai tale indicatore non solo dia informazioni sbagliate ma anche fuorvianti.

Il punto centrale è che, finché ci accaniremo a misurare la realtà in modi fallaci, sarà impossibile cambiare il nostro comportamento sociale ed economico. È incredibile come siano gli indicatori a influenzare i nostri comportamenti e non viceversa: la logica suggerisce che una volta stabilito quale debba essere il comportamento possiamo misurarlo e valutare se è stato corretto ed efficiente e da lì migliorarci. Invece no, tutto è ribaltato.

Ci rendiamo dunque conto che gli elementi che definiscono il nostro benessere sono illusori e sono legati ad un concetto di impresa che è e deve essere superato per giungere ad un sistema in cui le imprese generino valore autentico e i cui risultati vengano misurati per capire se davvero hanno fatto bene o, meglio, del bene. In un sistema che, con tutti i propri pregi, fa spesso acqua da molte parti è auspicabile che il cambiamento inizi dal basso. Troppe lacerazioni affliggono il sistema di welfare che spesso è una macchina ingorda di denaro e che non rende in valore quanto ricevuto.

In tale contesto l’idea dell’impresa sociale prende vita. È quell’elemento di rinnovamento e di continuità che sta diffondendosi nelle nostre società e che non è animata da un aspetto che, quasi automaticamente, nell’immaginario collettivo è legato al concetto di azienda e impresa: la generazione del profitto. Siamo abituati a pensare all’impresa come a un soggetto economico e giuridico che, oltre a dare lavoro e a vendere prodotti o servizi, creerà sempre - o tenderà a farlo - un surplus che sarà distribuito all’interno della proprietà e che, per rimanere nel gioco, dovrà essere costantemente in crescita, mese dopo mese, anno dopo anno.

L’impresa sociale scende in campo ma gioca ad un gioco diverso. Agisce in un mercato concorrenziale e il suo obiettivo non è la generazione di utili ma la creazione e il mantenimento del benessere sociale in vari settori di attività: assistenza sociale, assistenza sanitaria, educazione, tutela dell’ambiente e valorizzazione del patrimonio culturale così come enunciato dal D. lgs. 155/2006 attuativo della legge 118/05. Con questo strumento i cittadini di una comunità possono rendersi attivi proponendosi come operatori il cui obiettivo è quello di creare entità economiche la cui finalità non sia il profitto ma l’accrescimento del proprio benessere e la soddisfazione dei propri reali bisogni.

È il caso di guardare all’impresa sociale come ad una possibilità concreta e reale che può ovviare alle falle necessariamente create dalla imprese tradizionali e alle colpevoli o meno inefficienze del sistema di welfare. Le imprese tradizionali, nella loro rincorsa alla produzione e alla crescita di ricavi e alla diminuzione dei costi creano automaticamente degli strappi nel sistema perché non considerano ciò che al sistema è immanente e cioè il benessere delle persone e del pianeta che è, ci piaccia o no, la nostra casa. Il benessere di tutti, il rispetto dell’ambiente e di regole di buon senso vengono spesso (e pericolosamente) viste come vincoli. Tanto che si parla, per esempio, di “vincolo ambientale”, come se la tutela dell’ambiente fosse un limite quasi fastidioso.

profitto
L'impresa sociale non ha come fine la generazione di profitti

Alcune delle imprese tradizionali hanno tentato recentemente di fregiarsi di un’etichetta, quella della responsabilità sociale di impresa, ossia la volontà di adoperarsi per aspetti etici sia interni (legati, per esempio, al personale e alle assunzioni) all’azienda che esterni (rispetto dell’ambiente, etc.). Rimangono casi validi ancorché isolati, qualora non fatti per mere finalità di auto-promozione.

Idealmente ogni impresa dovrebbe avere nello statuto, per legge, una sezione 'etica' dove dichiari i propri intenti e come farà a porre rimedio alle problematiche legate al business o dallo stesso causate. Purtroppo, il denaro va dove c’è già denaro. E così accade che nei listini di Borsa compaiano enormi aziende largamente capitalizzate le quali per collocare obbligazioni sul mercato si avvalgono delle proprie forze tentacolari col minimo sforzo.

Le piccole aziende e le microaziende, quelle magari con propositi etici importanti e quindi 'vincolate' per scelta a molti criteri, rimangono in sordina. La CSR (Corporate Social Responsibility) è una facoltà, è una possibilità che l’azienda può percorrere oppure no. Ma, anche quando accolta con serietà, lascia comunque scoperte aree che possono essere gestite solo da iniziative locali rivolte ad ambiti a forte caratterizzazione sociale.

Il lavoro va anche rivisto quindi alla luce di tutto ciò. Spesso esiste separazione tra ciò in cui crediamo, i nostri valori, e la nostra posizione lavorativa, il nostro comportamento. Spesso tale scollamento può portare malessere. E allora diventiamo artefici del nostro benessere e riprendiamoci i nostri diritti.

Oggi fondare un’impresa di questo tipo per certi versi è più facile rispetto al passato. Innanzitutto perché l’interpretazione della mole di informazioni che circolano grazie alla rete può evidenziare bisogni e necessità diffusi. Ma non solo: la rete virtuale può creare reti reali di persone disposte a mettersi in gioco e dare vita ad iniziative che portino a qualcosa di positivo nella società, che valorizzino lati trascurati e che diano nuova dignità al lavoro.

Indubbiamente, in un mondo così complesso e ricco di relazioni ridefinite dall’esistenza della rete, sempre più presente e diffusa, è necessario ripensare al ruolo e all’interdipendenza dei singoli cittadini. L’uomo, è, citando Aristotele, un animale politico. Questo è il momento adatto per ricomporre quanto sgretolato dalla società industrializzata, per risolvere l’isolamento e l’eccesso di individualismo che permea le società più 'avanzate'. E se l’ambito in cui viviamo non ce lo permette possiamo pensare di creare una possibilità con le nostre forze.

Il lavoro deve produrre benessere reale. Una società in cui la ricchezza è concentrata nelle mani di pochi non può stare bene. Sarebbe come dire che un corpo che presenta piedi in cancrena sia sano. La coesione sociale e progettuale in questo senso è d’obbligo. La folla che esiste su internet può godere di collegamenti comunicativi difficilmente attuabili nel mondo reale e, per uno strano meccanismo, è come se iniziasse ad avere coscienza e forza proprie.

La folla ha potere economico, potere negoziale e potere di riadattarsi più velocemente ai cambiamenti. Mille persone che conferiscano duecento euro a testa possono mettere insieme una somma che dia la possibilità di avviare un’impresa che, al pari di un’impresa cooperativa, generi benessere ma non solo per i soci ma per l’intera comunità. Il cittadino non può più pensare di demandare certe funzioni allo Stato attraverso il sistema del welfare e non può supinamente lasciarsi incantare dalle aziende assetate di profitto.

È ora di dare al denaro creato in nome di un autoreferenziale e sterile crescita o quello raccolto con la tassazione un senso autentico e funzionale, riportandolo ad una vera dimensione di valore, convogliandolo verso persone con progetti e visioni che abbiano un impatto davvero positivo sulla società dove quest'ultima è un’entità che non può in alcun modo essere distinta dalle proprie relazioni con il pianeta in cui essa vive, opera e si sviluppa. Il lavoro può essere anche una missione, se lo vogliamo.

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