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SPECIALE » Il 6 maggio e il senso del lavoro

L’etica del lavoro e l’etica della Terra

Nella nostra civiltà “è mancata la percezione della non-separabilità di ogni processo lavorativo umano dall’ecosistema globale. È invece indispensabile avere sempre presente questa percezione e tenere come primo valore l’etica della Terra”.

di Guido Dalla Casa - 6 Maggio 2011

pianeta mani
"E' indispensabile tenere come primo valore l’etica della Terra"

Premesse

La divisione fra 'lavoro' e 'tempo libero' non è evidente in tutte le culture umane, anzi è una caratteristica solo di alcuni modelli di vita, soprattutto della civiltà industriale, espressione attuale della cultura occidentale.

Tale divisione è probabilmente una delle conseguenze che derivano dal mito delle origini della nostra civiltà, la Genesi dell’Antico Testamento, dove è sancito il 'dovere' di una 'festa' periodica: infatti la divisione netta fra dovere-lavoro e tempo libero-divertimento non si trova quasi mai nelle altre culture umane, dove ogni atto ha un significato in se stesso, senza bisogno di separazioni.

Come ulteriore premessa a quanto dirò in seguito, è opportuno inoltre chiarire che, anche se i termini crescita e sviluppo hanno significati diversi, vengono impiegati come sinonimi da tutto il mondo economico-politico-industriale-sindacale: nei discorsi correnti hanno di fatto lo stesso significato.

Normalmente si intende per sviluppo economico l’aumento dei fluire delle merci nel processo produrre-vendere-consumare, un processo 'aperto' (non-ciclico) che consuma risorse e produce rifiuti. Lo sviluppo distrugge la varietà degli esseri viventi-senzienti e sostituisce materia inerte a sostanza vivente.

Il lavoro

Il processo complessivo di produrre-vendere-consumare, come funziona attualmente, è incompatibile con la Vita dell’Ecosistema o, se preferite, della Terra: può persistere solo per tempi limitati. Attualmente ci troviamo in un transitorio.

È quindi assolutamente indispensabile svincolare l’occupazione (i posti di lavoro) dallo sviluppo: dovrebbe essere una cosa possibile, dato che si tratta di agire su problemi sociali umani e non su leggi naturali di tipo universale.

Di solito nel nostro mondo si è formata l’idea che il lavoro sia sempre qualcosa di positivo, da premiare indipendentemente da ogni altra considerazione.

Così si pensa che chi lavora di più debba guadagnare di più, dando per scontato che lo scopo sia il denaro. In sostanza chi lavora di più è considerato più bravo di chi lavora di meno: il lavoro ha acquistato un valore etico in sé, anche se danneggia l’intero Organismo terrestre o contribuisce a una patologia della Biosfera.

Solo recentemente si è cominciato a considerare negativa almeno qualche attività che produce sostanze inquinanti, limitando però l’esame ad ogni singolo processo locale, come se fosse possibile isolarlo. In sostanza nell’immaginario collettivo il lavoro è visto come contributo allo sviluppo economico e quindi automaticamente positivo.

L’etica della Terra

Nella nostra civiltà non è mai stato considerato un valore etico il mantenimento in condizioni vitali della Biosfera terrestre, oppure degli ecosistemi di cui un processo fa parte. Non si è neppure considerato come negativo, se non in tempi recentissimi e limitatamente a specie 'rare', il danno arrecato ad altre specie viventi o a processi naturali. In sostanza, è mancata la percezione della non-separabilità di ogni processo lavorativo umano dall’ecosistema globale. È invece indispensabile avere sempre presente questa percezione e tenere come primo valore l’etica della Terra.

Oggi si assiste in modo macroscopico, anche senza tanti giri di parole, ad un fenomeno che rende evidente la natura di quello che viene chiamato sviluppo: tutto il mondo economico-industriale-sindacale fa il possibile per fare aumentare i consumi. Si è arrivati a distribuire, anche se indirettamente, denaro ai potenziali consumatori per invitarli a 'comprare', con un intollerabile bombardamento pubblicitario che investe tutti i momenti della vita. Il mondo ufficiale è arrivato a propagandare gli acquisti, anche senza dire che cosa si debba acquistare. Si invita a 'rottamare', cioè a buttare in montagne di rifiuti apparecchi perfettamente funzionanti: e si pretende di diffondere questi processi deleteri per 'dare lavoro'!

Invece è venuto il momento di diminuire i consumi materiali e di pervenire ad un’economia stazionaria. Naturalmente, come sopra detto, si deve svincolare l’occupazione dallo sviluppo, ma questo è un problema che riguarda solo il sistema economico e non le leggi naturali del Pianeta: dovrebbe quindi essere risolvibile.

Qualcuno obietterà che lo sviluppo porta miglioramenti 'a chi non ha', ma basta fare la considerazione che la forbice fra 'ricchi' e 'poveri' si è sempre allargata: con la crescita economica, il solco aumenta e non diminuisce. Per inciso, i concetti di ricchezza e povertà sono spesso solo un’esportazione dell’Occidente.

Lo scopo di quello che viene di norma chiamato lavoro dovrebbe essere l’autorealizzazione della persona: ciascuno deve poter svolgere un lavoro che gli riesca soddisfacente e non abbia uno scopo soltanto economico o di sussistenza.

Una prova evidente è la diffusione del volontariato, in cui scompare la distinzione fra lavoro e tempo libero.

In ogni caso è indispensabile tenere ben presente che, se si mantengono le premesse attuali, è assolutamente impossibile che ci sia “lavoro per tutti”, soprattutto ricordando che l’umanità aumenta di circa ottanta milioni di individui ogni anno, su una popolazione complessiva di sette miliardi di umani, numero insostenibile per il nostro Pianeta.

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