Anche la doppia tragedia giapponese sta cominciando a defilarsi dalla stampa. Non perché sia tutto finito ma perché perfino lo spettacolo più forte, si sa, dopo alcuni giorni è già vecchio, annoia. Tanto più se altri, non meno macabri, spettacoli premono alla porta.
Ho seguito la vicenda sui siti web di alcuni quotidiani. Martedì scorso, su quello di Repubblica, mi colpì la fotografia di una ragazza seduta a terra in mezzo a uno scenario di totale devastazione, sola, che piange senza fine. Non c’è nessun altro intorno a lei.
Mercoledì, subito sotto la testata, vedo una lunga serie di link. Fra essi due, uno dietro l’altro: “L’imperatore” e “Il cane”. Tralascio il primo e seguo il secondo.
È un filmato. La telecamera riprende un desolato acquitrino cosparso di detriti. Lì in mezzo si muove un cane pezzato. Si avvicina alla telecamera, poi torna indietro. Seguendolo, la telecamera inquadra, in lontananza, un secondo cane, bianco, che giace immobile. Il primo cane si avvicina, gli si siede accanto, lo annusa. Il cane bianco muove le zampe, solleva a fatica la testa. Tenta forse di alzarsi, non ci riesce. L’altro cane rimane accanto a lui. L’ultima immagine è un primo piano di entrambi: il cane ferito e l’amico che non vuole lasciarlo.
Passerà del tempo, dimenticherò molte cose. Dimenticherò le farneticanti dichiarazioni di Veronesi, la voglia di mettergliele davvero le scorie radiottive in camera da letto, dimenticherò il numero dei morti, l’irresponsabile protervia del ministro Prestigiacomo, dimenticherò le file di persone con la mascherina bianca davanti alla bocca, i soccorritori che annaspano nella fanghiglia, le nubi di fumo velenoso. Dimenticherò lo sconcerto per ciò che non era evitabile e l’indignazione per ciò che lo era.
Due cose non dimenticherò: l’immagine di quella ragazza che piange, sola, e quei due cani l’uno accanto all’altro, in una solidarietà superiore alla forza della catastrofe. La loro silenziosa lezione, che non ascolteremo.
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