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SPECIALE » Il 6 maggio e il senso del lavoro

La decrescita provoca disoccupazione? Niente di più falso!

"La decrescita svela la follia insita nell’obbiettivo di creare occupazione come un valore in sé, omettendo di definire per fare che cosa. Solo una società malata, profondamente malata come quella che finalizza l’economia alla crescita del prodotto interno lordo può averlo pensato e può continuare a pensarlo anche di fronte all’evidenza di non riuscire più a farlo".

di Andrea Bertaglio - 6 Maggio 2011

lavoro scelte
"È una pericolosa illusione ipotizzare che si possa uscire dalla recessione riprendendo a fare quello che si è sempre fatto. Occorre aprire una fase nuova, esplorare una nuova frontiera"

La crisi che sta attraversando il mondo del lavoro, anche in termini di occupazione, rende necessario lo sviluppo di attività professionalmente più evolute e oggettivamente utili, perché non solo riducono il consumo di risorse che stanno diventando sempre più rare, ma anche gli effetti negativi sugli ambienti che inevitabilmente ne derivano sia in fase di prelievo, sia in fase di utilizzazione.

Generalmente la decrescita viene intesa come un sinonimo di recessione, ma non è affatto così. Tra le due c’è infatti un rapporto analogo a quello tra chi mangia meno di quanto vorrebbe perché ha deciso di fare una dieta per stare meglio e chi è costretto a farlo perché non ha abbastanza da mangiare. Negli ultimi anni, comunque, per far fronte alla recessione i governi hanno adottato le tradizionali misure di politica economica a sostegno della domanda: riduzione della pressione fiscale; deroghe alle norme urbanistiche per incentivare la ripresa dell’attività edilizia; incentivi all’acquisto di beni durevoli: automobili, mobili, elettrodomestici; copertura dei debiti delle banche con denaro pubblico (oltre 700 miliardi di dollari nei soli Stati Uniti); grandiosi piani di opere pubbliche.

Queste misure non solo non sono state in grado di rilanciare il ciclo economico e ridurre la disoccupazione, ma hanno fatto crescere i debiti pubblici al limite dell’insolvenza. Per scongiurare questo pericolo i governi hanno bruscamente capovolto la politica economica, adottando drastiche misure di contenimento della spesa statale che tolgono ossigeno alla ripresa economica e alla prospettiva di ridurre la disoccupazione.

Sono dunque tre i grandi paradossi che caratterizzano il mondo del lavoro.

Il primo è che la crescita da almeno trent’anni non crea occupazione.

Il secondo è che le politiche economiche tradizionali, finalizzate a superare la crisi e a rilanciare la crescita sostenendo la domanda attraverso la spesa pubblica e la riduzione delle tasse, stanno dimostrando di non essere più in grado di farlo.

Il terzo è che il superamento della crisi economica si può realizzare solo sviluppando le tecnologie che consentono di attenuare la crisi ambientale aumentando l’efficienza con cui si usano le risorse, riducendone il consumo e, di conseguenza, gli impatti ambientali che generano.

Per affrontare con probabilità di successo sia gli aspetti economico-occupazionali, sia gli aspetti ambientali-climatici della crisi in corso bisogna fare esattamente il contrario di quanto si è tentato di fare sino ad ora. Occorre indirizzare il sistema economico-produttivo a sviluppare i settori che presentano ampi spazi di mercato e, a parità di produzione, riducono l’inquinamento e il consumo di risorse, in particolare quelle energetiche.

Poiché nei decenni passati, in conseguenza della sovrabbondanza di fonti fossili a prezzi irrisori l’unico obbiettivo che si è perseguito è stato la crescita della produzione di merci senza nessuna preoccupazione per le conseguenze ambientali, i settori che oggi presentano i più ampi spazi di mercato sono quelli che accrescono l’efficienza nell’uso delle risorse consentendo di diminuire l’inquinamento, le emissioni di CO2 e i rifiuti.

Le tecnologie aventi queste caratteristiche, che a rigor di logica si possono definire “tecnologie della decrescita”, pagano i propri investimenti da sé, col denaro che consentono di risparmiare sui costi di gestione. E, inoltre, ridanno un senso al lavoro perché non lo indirizzano, come fanno le tecnologie della crescita, a produrre quantità sempre maggiori di merci da buttare sempre più in fretta per produrne altre senza preoccuparsi della loro utilità e/o dei danni che creano, ma a produrre con un sempre minore impatto ambientale merci con una utilità specifica. A produrre merci che siano beni per chi le utilizza e non siano un male per la terra.

È una pericolosa illusione ipotizzare che si possa uscire dalla recessione riprendendo a fare quello che si è sempre fatto. Occorre aprire una fase nuova, esplorare una nuova frontiera. Non ci si può limitare a misure di politica economica e finanziaria finalizzate ad accrescere la domanda di merci in una logica esclusivamente quantitativa. Occorre adottare criteri di valutazione qualitativa. Non ci si può limitare ad abbassare il costo del denaro per rilanciare investimenti e consumi.

Occorre decidere quali produzioni si ritiene utile incentivare e quali si ritiene opportuno ridurre. Non ci si può limitare a spendere grandi somme di denaro pubblico, che tra l’altro non ci sono, per finanziare grandi opere, di cui si conosce a priori l’inutilità, solo perché si ritiene che possano fare da volano alla ripresa economica, ma occorre finanziarie opere pubbliche che consentono di migliorare la qualità ambientale e la vita degli esseri umani.

Lo sviluppo delle tecnologie della decrescita è la strada maestra per uscire dalla recessione e accrescere l’occupazione, non come un obbiettivo in sé, ma come conseguenza di lavori che hanno un senso perché consentono di migliorare la qualità della vita riducendo l’impronta ecologica, il consumo di risorse, l’impatto ambientale e la produzione di rifiuti delle attività con cui gli esseri umani ricavano dalla natura le risorse da trasformare in beni e in merci che sono beni. Se le tecnologie finalizzate ad aumentare la produttività finalizzano il fare umano a fare sempre di più, le tecnologie della decrescita connotano il fare umano come un fare bene e lo finalizzano alla possibilità di contemplare ciò che si è fatto.

La decrescita non soltanto è un’opzione decisiva per creare lavoro nei Paesi industrializzati, ma è l’unica che consente di restituire al lavoro il suo senso di attività connotata qualitativamente, di fare bene per soddisfare le esigenze vitali degli esseri umani senza consumare le risorse del pianeta in misura maggiore della loro capacità di rigenerazione.

La decrescita svela la follia insita nell’obbiettivo di creare occupazione come un valore in sé, omettendo di definire per fare che cosa. Solo una società malata, profondamente malata come quella che finalizza l’economia alla crescita del prodotto interno lordo può averlo pensato e può continuare a pensarlo anche di fronte all’evidenza di non riuscire più a farlo.

Nel tornante storico che l’umanità sta attraversando si può creare occupazione soltanto in lavori che consentano di superarlo attenuando i problemi e ponendo riparo ai danni creati dalla crescita della produzione e del consumo di merci. Soltanto liberando il fare dalla camicia di forza del fare tanto e restituendogli la sua connotazione qualitativa di fare bene si può dare lavoro e una speranza per il futuro a quanti ne sono privi.

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