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Dietro l'etichetta

Coloranti caramello, l'Iarc rilancia l'allarme cancerogenicità

Dal 2007 ne è stata riconosciuta la potenzialità cancerogena, ma continua ad essere presente in alimenti e bevande di ampio consumo. Si chiama caramello solfito-ammoniacale, E150 d per i tecnici, o più semplicemente la sostanza che colora di marrone scuro la coca cola, l’aceto balsamico e tanti altri prodotti. Ora uno studio dello Iarc, l'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell'Organizzazione mondiale della sanità, rilancia l’allarme.

di Angela Lamboglia - 7 Aprile 2011

coca cola
Il caramello solfito-ammoniacale è la sostanza che colora di marrone scuro la coca cola, l’aceto balsamico e tanti altri prodotti

È stata un’agenzia governativa statunitense, il National toxicology program (Ntp), a segnalare per prima la pericolosità di un sottoprodotto del colorante caramello, il 4metilimidazolo (4-MEI), cui si è aggiunto, con la ricerca del gruppo per la tutela dei consumatori Center for Science in the Public Interest (Cspi), il 2-metilimidazole (2-MEI), dopo aver riscontrato l’insorgere di malattie cancerogene nei ratti che avevano assimilato quelle sostanze.

Nonostante il Cspi avesse chiesto di bandirle entrambe, finora negli Usa solo la California è intervenuta limitando la presenza di 4-MEI a 16 microgrammi per alimento, mentre la Food and Drug Administration (Fda) non si è ancora pronunciata e anche in Europa i coloranti a base di ammoniaca continuano ad essere impiegati in quantità significative.

Le associazioni di produttori hanno sempre rifiutato di riconoscere la gravità della situazione, sostenendo la mancanza di evidenze scientifiche a sostegno della tesi della cancerogenicità del 4-MEI e di indicazioni in materia da parte dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (Efsa) e della Fda.

Un recente studio dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc), pubblicato sulla rivista Lancet Oncology, ha però confermato il legame tra l’assunzione del colorante caramello solfito-ammoniacale e lo sviluppo di patologie cancerogene in base a test condotti su topi e ratti, mentre l’8 marzo scorso l'Efsa ha quantificato la dose giornaliera accettabile per i coloranti utilizzati nell'industria alimentare, senza operare distinzioni per l’E150 d, in 0,3 g per Kg di peso corporeo al giorno.

bambino caramelle
Nelle caramelle si raggiungono concentrazioni di 300 g per kg di colorante caramello

Questo significa che un bambino che pesi 15 Kg non dovrebbe assumere più di 4.5 g di colorante caramello al giorno, un limite difficile da osservare considerando che, come spiega la dottoressa Leclercq che ha partecipato allo studio dello Iarc, “da indagini svolte sui prodotti in commercio utilizzate dall’Efsa emerge che tutta una serie di prodotti largamente consumati dai bambini, come bibite gassate, gelati, prodotti da forno, dessert, possono contenere 5 g di questo colorante per kg di prodotto. Nelle caramelle si raggiungono concentrazioni di 300 g per kg di prodotto”.

Senza tenere conto delle tante altre sostanze sulle cui conseguenze per la salute i dubbi non sono mai stati fugati, nonostante le rassicurazioni dell’Efsa, a cominciare dall’aspartame, recentemente tornato all'attenzione per uno studio danese che, attraverso quasi 60mila casi, ha dimostrato il legame tra il consumo del dolcificante e il ricorrere di parti premature e una nuova ricerca dell’istituto Ramazzini, da dieci anni in prima fila sulla materia, che ne confermerebbe la cancerogenicità.

In Italia i produttori si nascondono dietro al fatto che l’unico colorante per il quale l’Efsa ha stabilito vincoli specifici, per i possibili danni al sistema immunitario, è l'E 150 c, meno usato dalle industrie nostrane rispetto all'E150 d, di cui rivendicano la sicurezza.


Gli industriali non hanno alcuna intenzione di limitare l’utilizzo di colorante caramello, almeno finché non costretti da nuove norme

In ogni caso, almeno secondo quanto dichiarato da David Dabiankov, il direttore di Assobibe, associazione di Confindustria che rappresenta le imprese produttrici di bevande analcoliche, gli industriali non hanno alcuna intenzione di limitarne l’utilizzo, almeno finché non costretti da nuove norme, che a questo punto si spera arrivino al più presto dalla Commissione europea. In fondo, argomenta Dabiankov, “il tipo di colorante impiegato è chiaramente indicato in etichetta. Per questo i consumatori sono adeguatamente informati”.

Niente paura quindi, basta verificare sull’etichetta il tipo di colorante e la concentrazione per Kg di prodotto, calcolarne l’incidenza sulla quantità effettivamente assunta e rapportarla al proprio peso, poi eseguire lo stesso tipo di procedimento per ogni altro alimento o bevanda consumati nella giornata e infine sommare le singole dosi per ottenere il valore complessivo.

Così da essere ogni giorno adeguatamente informati su quanto male stiamo facendo ai nostri corpi.

In alternativa, ed è quello che evidentemente manager ed imprenditori giudicano poco probabile, ma che sanno poter essere fatale, quell’informazione può diventare potere, di scegliere anzitutto cosa consumare. Potere d’acquisto che, per poco o tanto che ne abbiamo, se intelligente, fa la differenza.

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