Meglio un'isola felice o un continente triste?

Dice Natalino Balasso: «Se tu sei libero, la tua sola esistenza dà fastidio agli schiavi». E sapete cosa mi sento spesso dire quando illustro le tante esperienze di cambiamento che ho conosciuto? «Sì bello, ma sono isole felici...».

Meglio un'isola felice o un continente triste?

Mi capitano spesso conferenze, incontri, presentazione dei miei libri, corsi di formazione; e, quando illustro realtà concrete che stanno cambiando qualcosa partendo da loro stessi (quindi progetti come ecovillaggi, comunità intenzionali, centri per le tecnologie alternative, progetti di ecovicinato), mi capita di frequente di sentire l’obiezione: “Sì, bei progetti ma sono solo isole felici”. E poi di seguito inizia la filippica che è tutta colpa dei partiti, bisogna cambiare la politica, bisogna partire dai bambini dalle scuole, insomma va bene che qualcuno ha trovato forse una strada, ma di certo non è la soluzione a tutti i problemi. Nelle persone che non vogliono cambiare veramente c’è sempre la scusa, l’obiezione pronta contro chiunque provi a fare qualcosa e più questo qualcosa è concreto e più sorgono dubbi, non sia mai che quel qualcuno ci riesce pure a costruire una alternativa; allora come minimo va criticato, sminuito o nel migliore dei casi ridotto ad “isola felice”.

All’isola felice poi spesso si aggiungono commenti del tipo: se lo possono permettere, magari hanno i soldi, non è da tutti, non è esportabile su larga scala.

Ma cosa c’è che non va se qualcuno è felice? Ci turba perché noi non lo siamo? Ci dà un qualche fastidio perché qualcuno c’è riuscito e invece noi no? Ci crea invidia perché almeno qualcuno ci prova e invece noi siamo sempre alla finestra  a indicare, criticare, inveire?

Ma non sarà che abbiamo queste reazioni perché se qualcuno ce la fa, forse ci sta in qualche modo indirettamente dimostrando il nostro fallimento? Da questi progetti si può prendere spunto per un possibile arricchimento personale, per una nuova prospettiva, ma se sì è incarogniti dalla vita, allora chi ce la fa è il nemico da abbattere, quello a cui devi fare le pulci, a cui devi per forza trovare il difetto. Eh bello, però usano le macchine, però non sono tutti vegan, però non sono completamente autosufficienti energeticamente, però non hanno la televisione quindi sono fuori dal mondo, però alcuni di loro lavorano all’esterno e così via.

Scuse, banali scuse per non mettersi in discussione, per non tentare nulla, perché in fondo anche se la società in cui viviamo e che abbiamo contribuito a costruire e che continuiamo a costruire non ci piace, non la vogliamo lasciare, non ne abbiamo il coraggio oppure semplicemente alla fin dei conti ci va bene così com'è. In fondo perché e per cosa rischiare? Sì, non sarà il massimo ma in fondo si mangia, si beve, ci si compra un sacco di roba, si va in vacanza e si tira avanti fino alla incerta pensione. Chi ce lo fa fare di mettersi in cammino se quello che facciamo magari non è proprio quello che vogliamo ma almeno tiriamo avanti?

Meglio quindi additare chiunque altro, che non ci ricordi troppo il nostro fallimento e la nostra pigrizia. Potevamo fare e non abbiamo voluto. E non si bari dicendo che non potevamo, la realtà è che non abbiamo voluto. Perché mille e mille persone con situazioni di ogni tipo e difficoltà di ogni specie, l’hanno fatto e ci sono riusciti.

E poi perché la definizione di isola felice suona come negativa? Già il fatto che ci sia la parola felice a me va bene, piace,  vuol dire che qualcosa di positivo si sta facendo e qualcuno non è triste .

E da quale punto di vista si tratta di isola? Perché spesso si tratta di progetti in luoghi non cittadini? Ma chi critica questi progetti li ha mai visitati, ci ha vissuto per qualche tempo, ne ha visto uno solo e da lì pensa di averli visti tutti? Sa come funzionano veramente? O si basa solo su sue impressioni e ricava subito un giudizio, una opinione che niente ha a che vedere con la realtà dei fatti?

Ma lo si sa che spesso accade che in questi posti si decidano dei periodi durante l’anno in cui non si accettano ospiti o visite da esterni perché durante l’anno ce ne sono state così tante che c’è bisogno di uno stacco?

Si sa che in questi posti spesso c’è una vita e un fermento culturale eccezionale? Che vengono fatti corsi e incontri di ogni tipo, dove arrivano persone da tutto il mondo? Che sono poli di attrazione per il vicinato, per i paesi circostanti, per la regione di appartenenza?  Che le persone dei dintorni spesso ci trovano quella accoglienza e quell’interesse che ormai nel loro paesi e città non hanno più. Altro che isole, normalmente sono collegatissime con l’esterno e sono fra le poche vie di approdo per chi vuole sperimentare o venire a contatto con una progettualità complessiva che abbia un senso.

Insomma sono tutto tranne che isole e in più sono anche felici, quindi dove è il problema?

Spesso si critica o sminuisce quello che non si conosce o magari nemmeno si capisce, semplicemente perché si è abituati a pensare che le cose si cambiano nei modi in cui poi le cose non si cambiano mai.

Come si pensa di cambiare realmente  la situazione? Attraverso Renzi? Cambiando le istituzioni, riformando la scuola, con le elezioni, con i partiti, con un miracolo? Ad oggi tutto questo sta funzionando? Dove stiamo andando?

Non sarà che forse la via più breve paradossalmente passa da queste testimonianze concrete di persone che stanche di chiacchiere, di stare alla finestra, di lamentarsi, hanno provato a costruirla loro una realtà diversa dalla a alla zeta.  Con imperfezioni, problemi difficoltà , certo, nessun progetto è perfetto ma tutto è perfettibile se però lo proviamo a fare, altrimenti non c’è proprio nulla su cui basarsi se non teorie, chiacchiere e lamenti.

Ma ammesso pure che questi progetti siano solo isole felici, vuol dire allora che da altre parti ci sono quantomeno dei continenti tristi.

Sembrerebbe proprio di sì e basta farsi una passeggiata in una qualsiasi delle nostre città per rendersene conto: gente arrabbiata, sguardi torvi, sempre di corsa ormai non si sa bene più nemmeno dove, inquinamento alle stelle, macchine che ti falciano a 100 all’ora e una vita culturale ben misera dato che non si ha mai tempo. Poi una socialità pressoché assente dove non si conosce nemmeno il vicino di pianerottolo e dove le persone sono così vicine agli altri che città come Roma o Milano hanno una percentuale di single altissima e se si sommano ai single le persone single con figli si arriva a ben oltre la metà della popolazione di queste città. Una profonda solitudine circondata di persone, il paradosso assoluto.

Un bel paradosso questo continente triste e solitario che addita le isole felici.

Forse è il caso di farci un pensierino a costruirne tante di queste isole felici, così poi magari alla fine diventano dei continenti felici. Chissà...

 

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Commenti

Sii il cambiamento che vuoi vedere negli altri. Questo è sicuramente da elogiare. E chi lo fa da ammirare. Penso che il cambiamento da sempre spaventa, oppressi ed oppressori.E' normale difendere con tutti i mezzi la propria realtà, anche se zoppicante. E' l'ultima difesa però. Quando anche questa crolla e la paura non ci controlla più si apre davvero un mondo nuovo.
elisabetta, 16-02-2016 10:16

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