Effetto Farfalla

La valigia che portiamo

Nel film 'Les émotifs anonymes', il proprietario di una fabbrica di cioccolato è incapace di avere rapporti intimi con le persone e "c’è una cosa buffa che questo signore fa - ci racconta Daniela Mazzoli nell'articolo che segue -: si porta sempre dietro una valigia ventiquattr’ore in cui sono attentamente ripiegate camicie tutte uguali". Che vorrà dire?

di Daniela Mazzoli - 30 Aprile 2012

valigia
"Viene da chiedersi se amare non significhi illusoriamente chiudere in cantina la valigia in cui portiamo insicurezze, tic, paure..."

Nel film Les émotifs anonymes (2010), il proprietario di una fabbrica di cioccolato è un uomo timido e incapace di avere rapporti intimi con le persone. Non esprime i propri sentimenti, non ha amici, non si avvicina mai troppo a nessuno. Va in analisi, e il suo terapeuta gli assegna, alla fine di ogni visita, un esercizio ‘di umanizzazione’: invitare a cena qualcuno, toccarlo, offrirgli qualcosa di suo.

All’altro capo della storia c’è Angélique, una ‘emotiva anonima’, altrettanto timida, miracolosamente talentuosa. Lei il cioccolato sa farlo, e non riesce a godere il successo del proprio lavoro perché il coinvolgimento che questo produce la fa arrossire, le manda in subbuglio lo stomaco, la fa letteralmente svenire. La madre del protagonista, come racconta lui stesso durante una seduta, era terrorizzata dal futuro e dai cambiamenti inevitabili che ne conseguono. Il suo ritornello era ‘purché non ci succeda niente’. ‘Purché non ci succeda niente’ impedisce a Jean-René di prendere qualunque iniziativa. Persino la sua fabbrica è sull’orlo del fallimento: al cioccolato tradizionale, che piaceva tanto prima che altri gusti e modi evolvessero le richieste del pubblico, non osa apportare la minima innovazione, frutto della più audace ed entusiasmante ricerca.

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È la sua nuova ‘addetta alle vendite’, che mantiene l’anonimato anche professionale - finché può e i suoi collaboratori non ne svelano il segreto - a cambiare con la propria passione le sorti della fabbrica e dell’uomo che ama. E che lui lo voglia. Ma c’è una cosa buffa che questo signore fa: si porta sempre dietro una valigia ventiquattr’ore in cui sono attentamente ripiegate camicie tutte uguali, da cambiare in maniera costante e nevrotica quando la tensione sale e teme di sudare troppo, risultando imbarazzante perché imbarazzato. Lo fa la prima sera in cui esce a cena con Angélique, e poi fino all’altare. È più forte di lui. Non importa quante cose si siano detti, quanto abbiano verificato il piacere di stare insieme e la gioia di essere fatti l’uno per l’altra, non importa neppure il coraggio che hanno scoperto e messo in gioco per non perdere il bene di un incontro così prezioso e raro. Niente riesce a calmarlo. I cambiamenti che ha rischiato e accolto lo hanno reso un uomo più felice, anche migliore. Però quel gesto lo rende, finalmente, intimo ad Angélique.

E allora viene da chiedersi se amare non significhi illusoriamente chiudere in cantina la valigia in cui portiamo insicurezze, tic, paure che per molti anni e per diversi motivi hanno accompagnato la formazione della nostra incerta e maldestra personalità. Se l’amore manifesti, invece, la propria forza rivoluzionaria nel considerare lo stomaco che brontola, le guance che arrossiscono, la temperatura corporea che sale vertiginosamente, cose incantevoli che l’altro fa, svelandoci chi è stato prima del nostro arrivo, e chi sarà forse sempre, in parte, quando la tensione si farà sentire. Senza temere più di essere rifiutato o abbandonato per questo.

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