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Energie Alternative

La sovranità politica passa attraverso l’energia

Una delle chiavi della politica internazionale è il possesso delle fonti energetiche. L’Italia, pur muovendosi bene su questo terreno, non può essere considerata un giocatore di primo piano. Perché allora non pensare a una strategia che parta dall'energia pulita per determinare il peso politico di un paese?

di Francesco Bevilacqua - 22 Aprile 2011

energia
Da sempre abbiamo scelto la compagnia di partner abbastanza 'scomodi', dalla Libia di Gheddafi alla Russia di Putin

Quello energetico è sempre stato uno dei campi su cui si disputano le partite più importanti in tema di geopolitica e di rapporti fra blocchi. La situazione odierna rende poi il discorso ancora più interessante: da un lato abbiamo uno scacchiere internazionale più che mai incerto, con una parte del mondo arabo in subbuglio, rapporti fra le potenze occidentali e paesi che stanno emergendo sempre più prepotentemente dal punto di vista politico ed economico. Dall’altra, stiamo giungendo al momento in cui al problema energetico si dovrà trovare una soluzione: picco del petrolio prossimo o addirittura già superato, andatura singhiozzante del “mercato” delle fonti pulite e rinnovabili (ultima evoluzione in ordine di tempo, il decreto Romani), eventi che rimettono in forte discussione tematiche che, almeno in alcune zone, sembravano già archiviate (vedi il nucleare e il disastro di Fukushima) rappresentano elementi che fanno capire quanto sia urgente chiarirsi almeno le idee in merito a cosa succederà nel campo dell’energia nei prossimi decenni.

La politica energetica italiana, contrariamente a molti altri aspetti del nostro modo di porci sullo scenario internazionale, è sempre stata mirata a far conquistare al nostro paese un posto al sole, sin dall’epoca di Mattei, il primo grande persecutore dell’autosufficienza energetica. Da sempre abbiamo scelto la compagnia di partner abbastanza “scomodi”, dalla Libia di Gheddafi alla Russia di Putin. Congelando momentaneamente le riflessioni su fonti alternative e autonomia energetica, è interessante definire meglio questo aggettivo – scomodi – che identifica i nostri principali fornitori. Nella fattispecie, chi trova sconveniente il fatto che l’Italia intrattenga relazioni così cordiali con paesi considerati ostili – a cui si aggiunge l’Iran, verso il quale lo stesso Scaroni, confermato amministratore delegato di ENI, ha dichiarato di guardare per il futuro – sono diversi esponenti americani, dal vecchio ambasciatore Ronald Spogli al sottosegretario Reuben Jeffery, passando per Elizabeth Dibble, che ha usato parole dure nei confronti di Berlusconi e del suo scarso tatto. Spogli, intercettato da Wikileaks nel 2008, ha dichiarato la sua ostilità nei confronti della Russia e di conseguenza il suo disappunto nel sapere che le relazioni fra Putin e Berlusconi sono così fitte; usando la scusa della preoccupazione per la dipendenza energetica dell’Italia verso i russi, ha mascherato l’ostilità nei confronti di un rapporto che sancisce di fatto una liason fra un paese amico, l’Italia, e uno nemico, la Russia, con le conseguenze che ci si può immaginare. Ancora più adirate sono le parole di Jeffery, sempre “beccato” dal sito di Assange, che chiama in causa anche l’Iran, ricordando a Scaroni che il paese persiano è sottoposto a sanzioni da parte dell’ONU e che il Congresso intende inasprire tali misure. Peccato che lo studio di fattibilità prospettato dall’Eni non violi alcuna normativa e le parole del diplomatico americano suonino più come un anatema di chi capisce che la situazione gli sta fuggendo di mano che come una minaccia fondata.

Per quanto sia un’opportunità sicuramente migliore rispetto al soggiogamento al potere americano, la dipendenza energetica, più o meno completa, da un paese estero non è mai una soluzione piacevole, soprattutto se si basa su una risorsa il cui futuro è caratterizzato da un grande punto interrogativo. Ecco quindi la domanda che dovremmo porci: anziché investire tanto nella costruzione di rapporti di partenariato con fornitori di combustibili fossili, non sarebbe più sensato dirottare queste risorse verso un piano di transizione ben studiato e capace di rendere l’Italia energeticamente autosufficiente o almeno di pari grado rispetto ai paesi che oggi nel mercato dei combustibili la fanno da padrone?

Molti pensano che esista una relazione inscindibile fra la capacità energetica di una nazione e il suo peso politico a livello internazionale. In effetti attualmente è così, poiché l’unica risorsa energetica contemplata è quella derivante dalle fonti fossili. E allora perché non immaginare un mutamento non solo delle abitudini energetiche degli italiani, ma anche dell’autorevolezza che l’Italia stessa potrebbe conquistare nel mondo in un prossimo futuro stilando un piano davvero lungimirante e ponderato? Che la via per l’affermazione politica passi anche, se non soprattutto, attraverso lo sviluppo di un sistema energetico nuovo, sostenibile, pulito e rinnovabile, piuttosto che attraverso la tessitura di fitte trame con questo o con l’altro paese fornitore? Trame che, inevitabilmente, hanno sempre l’effetto di inimicarsi la parte avversa, come abbiamo dedotto da una breve analisi delle dichiarazioni dei diplomatici americani. Si tratta anche di un discorso di sovranità: è inaccettabile che la diplomazia di un paese straniero si intrometta nel rinnovo della dirigenza dell’ente energetico più importante solo perché la sua politica è vicina a quella di paesi “canaglia”. Se fossimo invece padroni delle nostre fonti di produzione e autonomi in qualsiasi fase del processo decisionale, queste inammissibili ingerenze perderebbero gran parte del loro peso.

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Un lettore ha commentato questo articolo commenta commenta
29 Novembre 2011 15:16, bernardo ha scritto:
leggo in ritardo e nel frattempo sono successe un sacco di cose. L'Italia dalle mani dello psiconano è passata in quelle dei tecnici fedeli a BCE-FMI-Golman Sachs-ecc. che ci vogliono dipendenti anzi schiavi. Quindi l'unica soluzione è quella di fare dal basso e con l'esempio coinvolgere persone per ricreare tessuti di collaborazione-solidarietà. ArcipelagoScec, Transiton Town, Decrescita e la condivisione dei saperi e del saper fare ....cioè strade costruite dal basso perchè dall'alto non ci possiamo aspettare nulla ...di buono!
AZIONI
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