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Armi, in Italia aumenta l'export e cala la trasparenza

Il nuovo Rapporto del governo sul commercio delle armi rivela un preoccupante incremento di autorizzazioni all’esportazione di armamenti dall'Italia verso le zone di maggior tensione del pianeta.

di Redazione - 10 Maggio 2012

armi
Si registra un preoccupante incremento di autorizzazioni all’esportazione di armamenti verso le zone di maggior tensione del pianeta

Finalmente è stato reso pubblico il Rapporto 2012 sul commercio delle armi (relativo all'anno 2011, ndr) che ogni anno il governo italiano è chiamato per legge a redigere. “Un rapporto reso noto con un forte ritardo che si caratterizza per un’ingiustificata mancanza di documentazione rispetto a quella fornita dagli ultimi Governi sulle tipologie di armamenti esportati e per diverse informazioni contraddittorie e inconsistenti” commenta Francesco Vignarca, coordinatore della Rete Italiana per il Disarmo.


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“Solo una parte minore delle autorizzazioni all’esportazione per l’anno 2011 è attribuibile al Governo Monti, ma la responsabilità delle mancanze e degli errori nei documenti presentati deve invece essere attribuita all’attuale Presidenza del Consiglio. Dal ‘governo tecnico’ ci aspettavamo maggior trasparenza e informazioni complete e precise in un rapporto di fondamentale importanza per le implicazioni sulla politica estera e di difesa del nostro paese”.

Il Rapporto segnala che nel 2011 “si è avuto un incremento, pari al 5,28%, del valore delle autorizzazioni alle esportazioni, al netto delle autorizzazioni per i programmi intergovernativi, e si è riscontrato un significativo aumento delle autorizzazioni per i programmi intergovernativi di cooperazione rispetto all’anno precedente che di fatto ha riportato i valori ai livelli del 2009”.

Ma le operazioni più consistenti riguardano principalmente le aree al di fuori delle tradizionali alleanze del nostro paese: solo il 36% delle autorizzazioni all’esportazione è verso i Paesi della Nato/Ue ed europei Ocse (per un valore di 1,1 miliardi di euro), mentre oltre il 64% (per un valore di 1,959 miliardi di euro) è diretto verso paesi non inseriti in queste alleanze.

armi italia
L'export di armi italiane verso zone cariche di conflitti alimenta le guerre, accresce l’instabilità e minaccia la nostra stessa sicurezza

Un preoccupante incremento di autorizzazioni all’esportazione di armamenti verso le zone di maggior tensione del pianeta – dal Nord Africa al Medio Oriente fino al sub-continente indiano. “L’esportazione di armi italiane verso zone cariche di conflitti e di tensioni è inaccettabile, alimenta le guerre, accresce l’instabilità e minaccia la nostra stessa sicurezza. Governo e Parlamento devono intervenire per fermare questa vera e propria follia invertendo la tendenza degli ultimi anni” - sottolinea Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace, che aggiunge: “Com’è possibile che il Parlamento non abbia ancora trovato il tempo per esaminare le Relazioni governative sulle esportazioni militari?

Parliamo di armi che - come abbiamo visto nel caso della Libia e adesso in Siria (due paesi verso cui l’Italia ha esportato sistemi militari più di ogni altro paese europeo) - vengono poi impiegate dai vari regimi per reprimere le popolazioni! A questa intollerabile 'disattenzione', conclude Lotti, si deve porre rimedio scongiurando innanzitutto che il decreto governativo in discussione proprio in questi giorni alla Camera e al Senato finisca per semplificare ulteriormente i trasferimenti internazionali di materiali militari”.

Tendenze confermate anche da un’analisi di Giorgio Beretta, esperto di Rete disarmo, secondo cui “mentre nel triennio 2006-8 (cioè in gran parte durante il Governo Prodi II) oltre il 62% delle autorizzazioni all’esportazione di materiali militari italiani era stata diretta ai paesi alleati della Nato e dell’Unione europea, nell’ultimo triennio (cioè durante il Governo Berlusconi IV) il rapporto si è invertito e, con il 61% del totale, sono stati i paesi al fuori delle alleanze Nato/Ue i principali destinatari di armamenti italiani”.

“Il rapporto della Presidenza del Consiglio presenta inoltre una serie di imprecisioni che è difficile attribuire a meri errori tecnici”. L’elenco dei Paesi principali destinatari delle autorizzazioni alle esportazioni definitive di prodotti per la difesa riporta (p. 27) nell’ordine, l’Algeria (477,5 mln di €), seguita da Singapore (395,28 mln. di €) e Turchia (170,8 mln. di €) mentre la Tabella n. 4 allegata a fine rapporto – tra l’altro incompleta – che visualizza graficamente le medesime autorizzazioni segnala al terzo posto l’India (259,41 mln di €): un paese dove – proprio durante la prigionia dei due marò italiani – il governo Monti ha autorizzato la partecipazione delle aziende di Finmeccanica al salone di prodotti militari Defexpo (New Delhi 29 marzo – 1 aprile).

Le lacune si susseguono quando per esempio si dimentica di annoverare la Turchia come paese membro della NATO oppure quando mancano del tutto la Tabella generale dei valori delle operazioni autorizzate agli Istituti di credito e la documentazione sull’esportazione delle armi da sparo (quelle per uso civile, sportivo, personale o per le forze di polizia e di sicurezza).

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La Rete italiana per il disarmo e la Tavola della Pace chiedono al Governo Monti un “incontro urgente” sulle politiche delle esportazioni militari del nostro paese

“Sono documenti della massima importanza che hanno caratterizzato la Relazione italiana sulle esportazioni militari come una delle migliori in Europa per il livello di trasparenza” commenta Chiara Bonaiuti, direttrice dell’Osservatorio sul Commercio delle armi (Os.C.Ar.). In un momento in cui la magistratura indaga su diverse operazioni di compravendita di materiali militari e appaiono notizie di fondi illeciti e tangenti che coinvolgono i vertici delle maggiori aziende italiane, Bonaiuti sottolinea che “trasparenza, tracciabilità e collegialità nei controlli sono strumenti essenziali per prevenire casi di triangolazioni e di corruzione”. Rete Disarmo chiede perciò che il Governo ripristini tutte le informazioni sulle transazioni bancarie che ai sensi della legge 185/1990 devono essere rese pubbliche.

Stesso discorso per le armi da sparo. “Una grave mancanza che negli anni scorsi ha favorito l’esportazione di armi italiane finite in Iraq o consegnate alla Pubblica sicurezza del colonnello Gheddafi” sottolinea Carlo Tombola di OPAL, l’Osservatorio sulle armi leggere di Brescia. “E lo scorso anno, anche nel periodo delle rivolte della cosiddetta ‘Primavera araba’, dalla Provincia di Brescia sono state esportate 'armi e munizioni' per un valore complessivo di 6,8 milioni di euro ai paesi del Nord Africa, e oltre 11 milioni di euro ai paesi del Medio Oriente.
Il Governo dovrebbe inoltre spiegare chi sia il destinatario di oltre 1 milione di euro di armi esportate da qualche azienda bresciana in Bielorussia tra aprile e giugno 2011, cioè pochi giorni prima che l’Unione Europea decretasse un embargo di armi verso il paese ex-sovietico a causa delle violazioni dei diritti umani e della repressione messa in atto dal regime del presidente Lukashenko” - conclude Tombola.

Per questo la Rete italiana per il disarmo e la Tavola della Pace chiedono al Governo Monti un “incontro urgente” sulle politiche delle esportazioni militari del nostro paese in ottemperanza all’impegno – ribadito nel Rapporto – di “continuare il dialogo con i rappresentanti delle Organizzazioni Non Governative (ONG) interessate al controllo delle esportazioni e dei trasferimenti dei materiali d’armamento con la finalità di favorire una più puntuale e trasparente informazione nei temi d’interesse”.

“Riteniamo necessario – concludono Vignarca e Lotti - che il Governo, se davvero intende mantenere l’impegno espresso di favorire una più puntuale e trasparente informazione su questi temi, non deleghi questo compito agli uffici tecnici, ma si assuma la responsabilità politica di un confronto con le associazioni della società civile che rappresentiamo e che fin dagli anni Novanta sono state in primissima fila nel controllare e documentare le esportazioni di armamenti italiani”.

P.G.C.

Articolo tratto da Unimondo

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Un lettore ha commentato questo articolo commenta commenta
11 Maggio 2012 13:53, Franco ha scritto:
Premesso che la mia avversione all'industria bellica è totale in quanto la considero la vera fonte della prepotenza discriminatrice tra le nazioni (guerra esterna) e tra le classi sociali (guerra interna), ringrazio Unimondo per aver fatto aprire gli occhi su questa piaga che affligge l'Italia. Una piaga che affligge l'Italia fin dalle sue origini sabaude e contro la quale è sempre più difficile imporre una cura non dico eliminatrice -come vorrei- ma quanto meno democraticamente somministrata.
Lasciamo stare il folto -ahimè- inestinguibile gruppo di quelli che non sono capaci di sostenere il confronto contro le loro ragioni se non con l'uso della supremazia fisica, c'è poi il foltissimo gruppo faccendiere e pragmatista che sostiene l'industria bellica sbandierando le perdite di occupazione e di prestigio tecnologico che ricadrebbero sulla nostra economia in caso contrario.E' questo certamente quello più vigliacco e corruttore perchè fa presa su evidenti bisogni umani di reddito...casalingo senza tener conto -se non proprio per precisa, cinica, volontà di esserne causa- dei bisogni che vanno a creare sugli altri. Non si dà da fare, questa schiera di ipocriti faccendieri di lungo corso, per sostenere e finanziare riconversioni di mezzi e di mano d'opera in settori del vivere civile ( difese contro le calamità naturali, manutenzione e messa in sicurezza di infrastrutture di comunicazione, conservazione di patrimonio storico e naturale, ricerca
per le fonti rinnovabili di energia, per la salute e la cura del genere umano, per il fabbisogno alimentare e nutritivo delle popolazioni) che non diano alla loro insaziabile ingordigia
il sollievo immediato e costante del superprofitto! Invece di liquefare e ridisegnare i loro obsoleti mezzi di produzione li piazzano alle popolazioni più povere assieme però alle nuovissime armi che servono a quei governanti per reprimere il giusto sdegno di rifiuto dei governati.
Chiediamo e pretendiamo, finchè lo possiamo, chiarezza trasparenza e rendiconto all'attuale governo anche perchè l'esperienza ( v. governo Prodi) ci insegna che, se la nostra pressione non è costante su tutti i governi, quelli che vengono o verranno dopo continueranno ad alimentare su quella triste piaga la loro prepotenza.
 
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