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Iran, fra l'embargo Ue e l'ipotesi militare

25 Gennaio 2012

Stretto di Hormutz
Lo Stretto di Hormutz ha un ruolo fondamentale nello scacchiere internazionale: da lì passa buona parte del greggio mondiale

La tensione fra Usa e Iran è ormai alta da diversi mesi, Israele grida sempre più forte e l'Ue ha accolto l'embargo verso lo stato dei Pasdaran. Ciononostante le dinamiche fra i molti paesi coinvolti nella vicenda non sono del tutto chiare, né lo sono gli interessi di ciascuno.

Riassumiamo brevemente le ultime vicende. Secondo fonti delle intelligence statunitense ed israeliana l'Iran sta lavorando al nucleare militare. L'Iran smentisce ma ormai la notizia è accettata come certa dalla comunità internazionale. Usa ed Israele hanno convinto l'Ue ad optare per l'embargo: a partire dal prossimo 1 luglio niente più rifornimenti di merce, stop alle importazioni di petrolio. Di contro l'Iran minaccia di chiudere lo stretto di Hormutz, quel budello di mare largo appena 22 miglia attraverso il quale passa gran parte del petrolio mondiale.

Gli stati occidentali, ad una prima osservazione, avrebbero molto da perdere dall'intera operazione. Economicamente il blocco delle importazioni di petrolio da parte dell'Ue rischia di creare più danni a questa che all'Iran. In particolare le economie italiana (l'Italia è il primo importatore europeo di petrolio iraniano), spagnola e greca rischiano di subire un gravissimo colpo. Al contrario l'Iran potrebbe facilmente dirottare le proprie esportazioni verso la Cina e i paesi limitrofi, senza subire danni rilevanti alla propria economia.

Forte di questa consapevolezza L'ex ministro iraniano dell'intelligence, Ali Fallahian, ha dichiarato a gran voce che l'Iran è pronto a sconvolgere i piani europei interrompendo immediatamente le proprie importazioni, prima cioè che i paesi dell'Ue possano organizzarsi per soddisfare la propria domanda di greggio.

Ma se l'Iran non teme le sanzioni europee, avrebbe invece molto da perdere da una chiusura dello stretto di Hormutz. Da li infatti passa buona parte del suo petrolio. Senza considerare il pericolo (a quel punto più che concreto) di una escalation militare. Una chiusura dello stretto causerebbe probabilmente un ricorso alla violenza da parte di Usa e Israele, dalle conseguenze imprevedibili.

Se osserviamo lo scacchiere internazionale, ed il fine intreccio degli interessi, capiamo quanto un attacco all'Iran potrebbe rivelarsi rischioso. I blocchi attualmente vedono da una parte Washington, la NATO, Israele e il CCG (Consiglio di cooperazione del golfo, composto da Arabia Saudita, Qatar, Oman, Kuwait, Bahrein e gli Emirati Arabi Uniti – EAU); dall'altra Iran, Siria, Pakistan, Russia e Cina.

Ovviamente non è detto che potenze del calibro mondiale come la Russia e la Cina decidano di intervenire in un eventuale conflitto armato a sostegno di Teheran, ma è indubbio che l'ingerenza Usa nella zona non vada loro a genio.

Sull'opzione bellica l'amministrazione Obama mantiene una linea ambigua. Se da un lato, come riportato dal New York Times, pare sia stata inviata una lettera ai dirigenti iraniani in cui si affermava la disponibilità a trattare per risolvere i mutui disaccordi, e si scongiurava l'opzione militare, dall'altro le azioni successive degli Usa sono state di tutt'altro stampo.

Washington sta foraggiando di armamenti tutti i paesi del CCG. Riporta l'Asia Time che sono stati venduti migliaia di bombe anti-bunker agli Emirati Arabi Uniti e di missili Stinger all’Oman. Mentre una mega-trattativa di 53 miliardi di dollari con il Bahrein, non è stata ancora conclusa per l'intervento delle associazioni per i diritti umani.

Intanto Israele spinge perché venga adottata una linea ancora più dura. Dalle pagine dell'Atlanta Jewish Times, il suo proprietario ed editore Andrew Adler, è arrivato provocatoriamente a suggerire al premier israeliano Benjamin Netanyahu di far uccidere dai servizi segreti Mossad il presidente americano Obama, considerato troppo “molle” nel difendere Israele dall'Iran. Lo stato d'Israele ha preso subito le distanze dalla dichiarazione, ma continua ad adottare una politica estera aggressiva.

Ad ogni modo, secondo un articolo del Newsweek Magazine del 2010, suffragato da una ricerca dell'istituto Global Research, la guerra è già iniziata. Da anni. Una guerra sotterranea e in buona parte virtuale, combattuta attraverso azioni mirate che utilizzano attacchi cibernetici, virus informatici, unità militari clandestine, spie, assassini, agenti provocatori e sabotatori. Quello che si teme adesso è che questo scontro sotterraneo emerga alla luce del sole con tutta la sua potenza distruttrice.

A.D.

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