
Quando muore un uomo che ha contribuito a cambiare il mondo, è giusto che il mondo ne parli. Così oggi le parole di Steve Jobs riempiono la rete, scritte sui muri di Facebook, cinguettate su Twitter, in testa ad ogni homepage di giornale o blog. “Siate affamati, siate folli”, “abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione”.
Continuo a guardare e riguardare su Youtube il celebre discorso di Jobs ai neolaureati di Stanford del 2005.
Commovente, profondo, geniale, incoraggiante: normale che faccia presa su tutti noi, soprattutto sui più giovani, che vengono spinti a seguire i propri sogni, a non accontentarsi del lavoro che hanno, a cambiare il mondo in cui vivono piuttosto che rinunciare a quello in cui credono.
Lo guardo e lo riguardo, dicevo. Ma non perché sia caduto in adorazione mistica del guru della Apple. Piuttosto perché c'è qualcosa che non mi quadra, una leggera nota stonata di fondo che in qualche misura bilancia o persino ribalta il significato profondo dei concetti espressi. E che inizialmente non riuscivo del tutto ad afferrare. Proverò a spiegarmi. Partendo da due concetti fondamentali: quello di storia – intesa come racconto, favola – e quello di sogno.
La storia è un elemento fondamentale della nostra vita. Passiamo buona parte delle nostre giornate a raccontare storie. Raccontare una storia significa far emergere una serie finita di punti fra gli infiniti che compongono un'esperienza e poi collegarli con un tratto di penna.
Che l'esperienza sia vera o inventata non fa alcuna differenza; il processo di “estrazione” della storia resta comunque del tutto discrezionale sia nell'elezione dei punti che ne fanno parte, sia nel determinare i nessi logici che uniscono tali punti. Ecco Steve Jobs era sicuramente un maestro nel raccontare storie, e attribuiva ad esse un valore quasi mistico. Il valore che tramite la narrazione attribuiamo all'esperienza contava per lui più dell'esperienza stessa.

Lo lasciava intendere, neanche troppo fra le righe, nel discorso ai neolaureati. Egli esordisce dicendo “oggi voglio raccontarvi tre storie della mia vita”, e chiosa “tutto qui, niente di eccezionale, solo tre storie”, sminuendone il valore col reale intento di rimarcarne l'importanza. E la prima storia, guarda un po', si chiama proprio “Unire i punti”. In essa Jobs racconta di come una serie di esperienze negative abbiano contribuito in maniera fondamentale alla sua riuscita personale. La mancata adozione da parte di una famiglia ricca, l'abbandono prematuro degli studi universitari, il fatto che sia stato licenziato dalla Apple, che egli stesso aveva creato. Sono tutti punti che egli fa emergere dal passato del proprio vissuto e collega fra loro fino a giungere al presente, a dimostrare che col senno di poi ogni evento che consideriamo sul momento negativo può avere ripercussioni positive.
Ma a ben guardare, ciò che egli vuole trasmettere con il breve racconto è proprio l'importanza di raccontare storie. Non per forza agli altri, anche a se stessi: unire i punti, decidere ciò che fa parte e ciò che non fa parte della nostra storia, stabilire i nessi logici. Non può esservi comprensione senza narrazione.
Al tempo stesso, Jobs, proprio grazie alla storia che racconta, la sua, sta offrendo alla platea un sogno. Ed eccoci al secondo concetto. Il sogno è nell'immaginario collettivo, un'aspirazione futura verso la quale tendere, un obiettivo astratto da rincorrere con infantile entusiasmo. Un sogno ci permette di non vedere gli argini in cui la nostra esistenza è costretta dalle convenzioni sociali, dalle regole scritte e non scritte che limitano la nostra libertà di azione e di movimento.
“Non fatevi intrappolare dai dogmi […] – continua Jobs – abbiate il coraggio di seguire il vostro cuore e la vostra intuizione: loro vi guideranno in qualche modo nel conoscere cosa veramente vorrete diventare. Tutto il resto è secondario”. Egli stava in pratica dicendo alla platea di avere dei sogni (e gliene forniva uno, rappresentato dalla sua storia), e dava loro anche la chiave d'accesso per realizzare il proprio sogno: costruire una propria storia. “Dovete aver fiducia che in futuro i vostri puntini si uniranno”. Trattare la propria esistenza come una storia, in cui ogni puntino ha un significato in quanto funzionale alla realizzazione del successivo – e al progredire della storia – è per Jobs il segreto per realizzare i propri sogni.

Ora, stacchiamoci un attimo dal discorso, e analizziamo – solo un accenno – l'evoluzione del significato dei termini “sogno” e “storia” nella società. Essi vengono alla ribalta con la rivoluzione culturale del '68, grazie al movimento hippie. Non a caso si è soliti riferirci a quel periodo come al “grande sogno”, e uno degli slogan più in voga era “immaginazione al potere”.
Il mondo occidentale stava allora uscendo da un periodo storico piuttosto opprimente – che il sociologo polacco Bauman chiama modernità solida – caratterizzato da griglie sociali molto rigide, dall'autoritarismo politico, da un modello di produzione il cui emblema era la fabbrica fordista. Era perciò opinione diffusa che una società più giusta dovesse passare attraverso l'affrancamento dell'uomo dal peso opprimente della società. La liberazione di ciascun individuo dalle soffocanti norme sociali sarebbe stata la chiave della felicità collettiva.
Purtroppo non è andata così. La rivoluzione del '68 ha contribuito in maniera fondamentale a svecchiare una società obsoleta: la gioia distruttiva che animava i “sognatori” ha sgretolato gran parte degli apparati del potere tradizionale: confini fra nazioni, schemi sociali, burocrazia. Ma nell'attesa che una società più giusta prendesse il posto di quella gettata al macero, un altro potere, stavolta più sottile e sfuggente, ha approfittato del varco appena aperto.
Un potere liquido, privo di roccaforti da espugnare, che traeva la sua forza dall'idea che ogni tipo di relazione doveva essere basata su flussi di denaro e regolata dai principi del mercato. La politica aveva così il compito di trovare il metodo migliore per applicare questo modello (da qui l'espressione “pensiero unico”), ma era privata della facoltà di metterlo in discussione.
Inoltre, per creare un substrato economico su cui poggiare ogni costrutto sociale, andava conclusa l'opera distruttrice fino a giungere ad intaccare i legami più profondi fra individui; causare così la scomparsa di intere categorie sociologiche basate sulla presenza di legami sociali normati: la comunità, il vicinato, persino – sostiene Richard Sennet – la famiglia. Ogni sorta di antico legame, nell'ottica di questo tipo di potere, deve essere annullato per lasciare spazio al libero scambio di denaro, per il quale avrebbe rappresentato un freno.

E i sogni e le storie che funzione hanno in questa nuova configurazione? Strano a dirsi, ma hanno un ruolo di prim'ordine. Anzi in un certo senso sono il motore dell'intero sistema. Pensiamo alle pubblicità: difficile trovarne una che parli veramente del prodotto venduto; più comune che si parli di valori astratti: libertà, bellezza, successo. Sogni, in altre parole, ai quali il prodotto si associa in una sorta di riflesso condizionato, e nei confronti dei quali esso si pone come medium.
Insomma, la fantasia è finalmente giunta al potere, ma non nel senso sperato dagli ideatori dello slogan. Oggi la merce migliore (e per merce s'intenda qualsiasi cosa, persino gli esseri umani) è quella che meglio delle altre, con più fantasia, riesce a rompere gli schemi, essere innovativa, creare un nuovo sogno da realizzare. Come scriveva Pasolini nelle sue Lettere luterane, nella socetà dei consumi l'anticonformismo è stato eletto a paradigma ed è diventato il vero conformismo. Così i migliori uomini d'affari e imprenditori d'oggi sono dei creativi, gente che sa unire i puntini e vedere un po' più in là, gente che crede nei sogni.
Solo, sono cambiati i sogni. I sogni individuali, all'interno di una società collettiva come era quella degli anni Sessanta, erano sogni di realizzazione comune, di giustizia sociale. I sogni individuali nell'odierna società individualista e mercatista, in cui poco di collettivo ancora sopravvive, non possono che avere come unico obiettivo la realizzazione personale. E nel coltivare un sogno personale, non v'è spazio per gli altri. La vita è una folle corsa alla realizzazione del proprio sogno in cui è fondamentale arrivare primi - per ogni sogno realizzato ce ne sono migliaia miseramente falliti, è la dura legge dei sogni – ma è ancora più importante continuare a sognare, e correre.
L'intuizione di Jobs è stata forse proprio questa: comprendere la duplice natura del sogno. Qualcosa in cui credere, per cui lottare, ma anche una merce vendibile, la migliore in assoluto. Gran parte dell'economia del consumo si muove attorno al mercato dei sogni, venduti e consumati.
Ecco cosa c'è di non detto nel suo discorso. Che un sogno ed una storia, sono soprattutto una merce vendibile, il vero valore aggiunto di qualsiasi oggetto. Che poi l'oggetto da acquistare assuma la forma di un pc, di uno smartphone o di un lettore mp3 poco importa: quello è solo il mezzo.
E nel caso della Apple è proprio lui, Steve Jobs, ad impersonare il grande sogno. Un sogno che egli perpetua nel tempo raccontando una storia. La storia di un orfano, dall'infanzia e l'adolescenza difficile che infine riesce a realizzarsi, una storia sulla rivincita, sul destino. Per questo la sua figura è avvolta da un'aura quasi mistica; per questo molti analisti si domandano adesso se la società potrà sopravvivere anche senza il suo fondatore. Era lui il valore aggiunto della mela.
Nel dire ai ragazzi che i sogni saranno la chiave del loro successo, dunque, Jobs sta dicendo loro non solo di avere il proprio sogno come fine, ma anche – soprattutto – di usarlo come mezzo per raggiungere il successo. Di gettarsi nel mercato dei sogni, ciascuno col proprio e iniziare a correre. Volendo rileggere, un po' cinicamente il suo celebre incitamento, potremmo dire “siate spietati, siate soli”.
Leggi anche L'eredità di Steve Jobs: guardarsi dentro, sapersi ascoltare
Scemi di guerra
Nuova lampadina a LED, ideale in casa per risparmio energetico (solo 6W=c.a 60W tradizionali ) e lunga vita (oltre 50.000 ore), ma anche in baite con impianto luce alimentato a 220V tramite inverter,... continua
€ 26,40