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Dimenticare Marzabotto? Lo scempio ambientale nei luoghi della memoria

Dopo essere stato teatro di una terribile strage nel 1944, il comune bolognese di Marzabotto è divenuto oggi esso stesso vittima di gravi crimini a danno del territorio. In un libro di Wolf Bukowsky, il racconto dello scempio ambientale nei luoghi della memoria.

di Angela Lamboglia - 28 Aprile 2011

dimenticare marzabotto
Dimenticare Marzabotto? Lo scempio ambientale nei luoghi della memoria racconta di una terra e delle persone che la vivono, di chi la governa, di chi la prosciuga e di chi la difende

Dimenticare Marzabotto? Lo scempio ambientale nei luoghi della memoria (Epika edizioni, 2011, pp. 118) racconta di una terra e delle persone che la vivono, di chi la governa, di chi la prosciuga e di chi la difende. L’area è quella delle colline attorno a Monte Sole, teatro nel 1944 dall’eccidio nazifascista noto come strage di Marzabotto, terra della memoria, cui spetta però rivitalizzare la cifra del passato resistenziale nella responsabilità dell’agire politico.

Storia collettiva, ma anche storia individuale: la scoperta da parte dell’autore dei disastri ambientali consapevolmente perpetrati dietro l’alibi dell’emergenza, della tutela della salute, della salvaguardia dell’occupazione, l’esperienza dell’assenza di parole e della tentazione di lavarsene le mani e, infine, la coscienza dell’impossibilità a seguire la strada dell’indolenza e dell’indifferenza.

Storia infine che non si lascia dimenticare da chi legge, che rimane in sordina nella mente a segnalare la mistificazione dietro l’angolo, che potrebbe condurti a non accorgerti, che ogni giorno non ci fa accorgere, delle storie simili di distruzione ambientale che avvengono altrove.

La prima grande opera realizzata sull’onda della falsa retorica del 'male necessario' è la Variante di Valico, attualmente in costruzione tra Barberino del Mugello e Sasso Marconi, giustificata come indispensabile risposta alle esigenze infrastrutturali del trasporto su gomma, simbolo invece di una scelta precisa, quella di stimolare ulteriormente il traffico su strada, di intensificare gli spostamenti, di rendere possibile percorrere infiniti chilometri per ottenere, ad esempio, merci che si potrebbero ricevere da minor distanza.

Un’intenzionalità politica cui alcuni Comuni della zona provano ad opporsi nella metà degli Ottanta, denunciando le conseguenze del progetto in termini di inquinamento e alterazioni ambientali, chiedendo di valorizzare piuttosto il trasporto ferroviario e finendo per essere liquidati come sostenitori di pretese localistiche, di quel not in my backyard con cui si accusa chi propone un diverso modello, una nuova progettualità politica, di occuparsi esclusivamente della difesa del proprio orto.

variante valico
La prima grande opera realizzata sull’onda della falsa retorica del 'male necessario' è la Variante di Valico, attualmente in costruzione

Di una diversa politica dei trasporti la Regione però non vuole, non può discutere, proprio perché la posta in gioco non è gestire esigenze concrete ed attuali, ma creare le condizioni per soddisfare nuove necessità, che generino a loro volta nuove occasioni di sviluppo, nuove infrastrutture e nuovi profitti.

Così avviene appunto per il “tubino”, una condotta idraulica realizzata per evitare di prelevare l’acqua dalla Setta, inquinata a causa degli sversamenti tossici collegati alla Variante di Valico, e prenderla direttamente dal Reno. Attraverso il tubino l’acqua viene inviata al potabilizzatore della vale di Setta, gestito non a caso da una società privata, che altrettanto casualmente ottiene - con la scusa della sicurezza e della tutela della salute - l’occasione per accrescere il prelievo della risorsa su cui basa i propri introiti.

“Un’opera che diventa parte dell’infinita serie di soluzioni sviluppiste a problemi creati dallo sviluppo: ognuna necessitata dalla precedente e necessitante la seguente” (p. 29).

Non solo: se il tubino nasce per rimediare ai problemi generati dalla Variante, è vero anche che il motivo addotto di tutelare la sicurezza dei cittadini si rivela nient’altro che un pretesto per poter accedere a maggiori quantità di acqua da potabilizzare e aumentare i profitti della società, opportunamente condivisi con i Comuni che ne sono azionisti. Insomma lo sviluppo non solo procede giustificandosi e riproducendosi da sé, ma avvalora la sua legittimità mediante l’inganno: “ci convince proprio mentre ci tradisce, ci blandisce ma anche ci forza, ci pretende volontari nello stesso tempo in cui si assicura la nostra coscrizione” (p. 31).

Lo stesso meccanismo presiede al progetto di riconversione della Cartiera Burgo di Lama di Reno in una Centrale Turbogas, oggetto nel 2008 di un protocollo d’intesa che l’amministrazione comunale firma nell’arco di pochi giorni, rimandando a successivi controlli la verifica della validità di un’operazione che progressivamente allarma sempre di più i cittadini.


Si progetta di riconvertire la Cartiera Burgo di Lama di Reno in una Centrale Turbogas

Anche questa volta la giustificazione per l’avvelenamento del territorio è l’opportunità di gestire situazioni straordinarie, in particolare si tratterebbe di far entrare in funzione degli impianti di modulazione (peakers) nei momenti di picco dei consumi e di rischio blackout e di reinserire nel mercato del lavoro gli operai espulsi dalla cartiera.

La tabella oraria che prospetta il tempo di funzionamento degli impianti, stimato in 8 ore al giorno per il Comune e in 13 ore al giorno dalla società, non sembra però corrispondere all’obiettivo dichiarato di garantire il servizio nelle ore di punta; piuttosto è nuovamente un mero pretesto per creare le condizioni per consumi superiori, continui, eccessivi.

Come per il tubino e per la Variante di Valico, si tratta di sollecitare infinitamente le nostre potenzialità di consumo di risorse per accrescere proporzionalmente i profitti di chi quei consumi li organizza o li gestisce.

Anche la promessa di occupare i lavoratori della Cartiera Burgo si rivela velleitaria, dato che la centrale Turbogas non richiede più di un addetto per turno. Nonostante ciò il ricatto occupazionale funziona come leva per rendere appetibile la riconversione di un altro stabilimento cartario, che avrebbe contemplato questa volta anche l’installazione di un inceneritore.

Sono le vicende elettorali, non tanto nell’esito, quanto piuttosto nella composizione dei cittadini in uno schieramento contrario alla centrale Turbogas e all’inceneritore, a deviare il corso degli eventi, convincendo il sindaco a non firmare il protocollo di intesa che avrebbe autorizzato la riconversione dell’area dell’ex cartiera.

Allo stesso modo sarà la lunga pressione dei cittadini a condurre infine l’assessore regionale a non concedere la VIA al progetto della centrale Turbogas, frettolosamente accettato in precedenza.

Così fermare lo sviluppo si rivela “quasi impossibile”, ma non impensabile, e il filo comune tra passato resistenziale e presente diventa visibile: “la necessità di schierarsi. (…) Oggi come allora è necessario scegliere, ma – oggi come ieri – non ci sono mappe già tracciate che possano guidare i nostri passi” (p. 98).

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