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Falcone e Borsellino, pensieri 'arrabbiati' per rifletterci su

“Mi assale una sensazione di totale impotenza mentre la bestia commemora due magistrati che avevano la volontà di combattere la corruzione della politica, di portare alla luce il connubio idilliaco tra Stato e mafia, tra la 'cosa pubblica' e 'cosa nostra'”. Le riflessioni di una lettrice con gli occhi dell'Italia di oggi.

di Anna Tinebra - 26 Luglio 2012

falcone borsellino
"Erano due magistrati importanti e sono stati uccisi dalla mafia", dicevano i grandi

Venti anni fa ero una bambina di sei anni. Le parole 'Falcone' e 'Borsellino' mi rimasero impresse all'istante, come qualcosa d'importante che avrei dovuto ricordare per sempre. Quando vedevo in tv i filmati dove i due magistrati parlavano della mafia facevo fatica a pensarli come due eroi, per l'accento parlato che risuonava così familiare, così vicino alla mia realtà quotidiana di bambina.

“Erano due magistrati importanti e sono stati uccisi dalla mafia”, dicevano i grandi e dunque per me erano due uomini importanti uccisi dalla mafia disgraziata, veleno della Sicilia, cosa nascosta, intrufolata tra le campagne sperdute e arse dal sole; tra i rovi misti a cespugli di ginestre e strade sterrate, fino ai casolari impolverati e silenziosi; Cosa Nostra con i motori e le macchine anni '90, che impennava e correva per le vie di Palermo, che se andava male si metteva i caschi e tirava fuori le pistole dai jeans.

Così, molte sere, prima di addormentarmi, studiavo la mia camera da letto e riflettevo su quale poteva essere il posto adatto dove nascondermi nel caso in cui questi 'mafiosi' sarebbero entrati in casa ad ammazzare tutta la famiglia... di certo non avrei potuto nascondermi dietro alla tenda: mi avrebbero visto i piedi.

falcone borsellino
"Per non dimenticare, dovremmo forse arrabbiarci e togliere i microfoni e le platee agli uomini di potere che oggi gongolano in poltrona"

Oggi ho ventisei anni. A distanza di venti anni riesco ancora ad impaurirmi facilmente degli uomini che impennano sopra le moto con i caschi e non di altri uomini in giacca e cravatta, che siedono comodamente dentro alle automobili eleganti. Li ascolto mentre parlano, questi uomini in giacca e cravatta, questi prolungamenti della grande 'macchina Stato'.

Parlano di società, di italiani, di economia, di proposte di legge, di lavoro per i giovani, di legalità e, alcuni di questi, li ascolto commemorare o partecipare alle commemorazioni di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Mi appare così in tutta la sua Bestialità il centauro machiavellico della Politica italiana; mi assale una sensazione di totale impotenza mentre la bestia commemora due magistrati che avevano la volontà di combattere la corruzione della politica, di portare alla luce il connubio idilliaco tra Stato e mafia, tra la 'cosa pubblica' e 'cosa nostra'. Dopo venti anni quest'idillio viene ancora legittimato e trova un equilibrio sopraffine proprio attraverso quel 'dicibile' che portò Falcone e Borsellino alla morte e che, poco a poco, ci ha abituati all'accettazione passiva della cruda verità.

Per non dimenticare, dovremmo forse arrabbiarci e togliere i microfoni e le platee a questi uomini di potere che gongolano in poltrona mentre parlano dei loro nemici annientati e prendere noi, gente 'comune' la parola, che sappiamo poco dei loro veri sporchi affari politici, ma per una buona metà machiavellica possiamo ancora essere uomini morali per poter commemorare i due grandi personaggi della storia italiana.

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Un lettore ha commentato questo articolo commenta commenta
28 Luglio 2012 09:57, valentina ha scritto:
ciò che si pensa e scrive col cuore arriva più forte di qualsiasi cosa...brava anna mia!
 
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