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Consumo di suolo: ogni anno migliaia di ettari ricoperti dal cemento

7 Aprile 2011

Cementificazione selvaggia
La cementificazione selvaggia, in Italia, è una piaga che rischia di distruggere bellezze ambientali per un valore incalcolabile

L'annosa piaga che affligge il Bel Paese, e lo trasforma ogni anno di più nel paese del cemento, non accenna a guarire. L'ultimo rapporto sul consumo del suolo presentato pochi giorni fa dal Centro di Ricerca sui Consumi di Suolo - un progetto costituito da Legambiente e INU (Istituto Nazionale di Urbanistica ), con la collaborazione del Dipartimento di Archiettura e Pianificazione del Politecnico di Milano - ci mette davanti agli occhi un quadro disastroso.

Nelle regioni di Lombardia, Emilia Romagna, Friuli Venezia Giulia e Sardegna - sulle quali si incentra lo studio - si assiste ogni anno alla cementificazione di 10mila ettari di territorio. In termini di estensione è come se sorgessero due nuove Brescia all'anno. 5mila di questi ettari, poi, sono sottratti ad ambienti naturali, coperti da vegetazione spontanea; un fenomeno che interessa soprattutto la Sardegna, dove a farne le spese è la macchia mediterranea, ed in misura minore la Lombardia che perde le sue foreste collinari e di pianura.

Altro effetto molto rilevante nel consumo del suolo è la perdita delle superfici agricole. Ben 9.400 ettari tra Emilia Romagna, Lombardia e Friuli Venezia Giulia vengono rubati ogni anno all'agricoltura: come se scomparissero due aziende medie al giorno. In Lombardia le superfici agricole sono diminuite di un quarto, e nelle province dell'area metropolitana lombarda la superficie urbanizzata ha già superato in estensione quella agricola.

Ma è allarme anche per quanto riguarda le altre regioni d'Italia. Un rapporto Istat rileva una crescita preoccupante delle superifici edificate nell'Italia centro-meridionale (Marche, Molise, Puglia e Basilicata), mentre l'Università di Venezia afferma che in Veneto il 22 per cento del territorio della pianura veneta centrale è già coperto di cemento, con gravissimi rischi idrogeoogici.

In Alto Adige il 28 per cento del territorio insediabile (escludendo quindi le pendici dei monti) è già stato cementificato; in Toscana la situazione è lievemente migliore, e nonostante la forte concentrazione urbana nella fascia tra Firenze, Livorno e la Versilia, presenta un indice medio di copertura del 7,4 per cento.

“Il territorio italiano si sta rapidamente metropolizzando – ha dichiarato il presidente INU, Federico Oliva -. Alla città tradizionale si sta sostituendo una nuova città nella quale accanto alla periferia si sono sviluppate aree a bassa densità sollecitate da motivazioni economiche (il minor costo delle aree) e dalla ricerca di una miglior qualità della vita. Questa nuova città, in cui vive oltre il 60% dell’intera popolazione italiana, presenta una generale condizione di insostenibilità: per l’elevato consumo di suolo, per l’aumento del traffico motorizzato individuale che sollecita, per i nuovi squilibri e le nuove forme di congestione che determina, per la mancanza di spazio pubblico. Contenere la metropolizzazione del territorio e il crescente consumo di suolo deve dunque essere una priorità per le politiche territoriali del nostro Paese”.

Per fronteggiare questo fenomeno, il gruppo CRCS propone una riforma normativa che stabilisca capisaldi giuridici per affermare lo status di “bene comune” per il suolo, e disincentivi l'urbanizzazione espansiva. “Nella legislazione italiana, e in quella delle Regioni, mancano ancora regole efficaci sulle facoltà di trasformazione dei suoli - dichiara Damiano Di Simine, presidente di Legambiente Lombardia - è questo che ci ha spinto a farci promotori di un progetto di legge popolare, che introduce oneri a carico di chi, potendo riutilizzare aree dismesse della città, decida invece di costruire in aree aperte. Qualunque sia la politica che una regione attua per il governo del territorio, riteniamo irrinunciabile che essa sia confortata da un'attività di verifica e monitoraggio, oggi estremamente lacunosa, e questa è una delle ragioni che ci ha spinto ad impegnarci nell'elaborazione del rapporto".

A.D.

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