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SPECIALE » Durban discute sul clima mentre il mondo si scioglie

Durban, un accordo difficile. E parte la protesta dei paesi 'poveri'

28 Novembre 2011

Durban Climate Summit
Difficile un accordo vincolante sul clima alla conferenza di Durban. Nasce la proposta di "Occupy Durban", un sit in permanente dei paesi più poveri.

È iniziata da poche ore quella che viene considerata da molti come l'ultima possibilità per trovare un accordo mondiale sul clima. Il summit di Durban, Sud Africa, è una scommessa che il Pianeta non può permettersi di perdere. Ciononostante le speranze di successo, all'avvio delle trattative, sembrano piuttosto flebili, con Usa e Cina, responsabili assieme del 50 per cento delle emissioni serra, su posizioni piuttosto difensive.

Sul piatto delle trattative, oggi come nei prossimi giorni, ci sono due tematiche principali: il rinnovo del Protocollo di Kyoto e la creazione di un fondo mondiale per il clima. Quest'ultima opzione, complementare alla prima, è sostenuta fortemente dal Sud Africa. I padroni di casa spingono perché si dia attuazione a quanto stabilito dall'accordo raggiunto in extremis a Copenaghen nel 2009: un fondo da 100 miliardi di dollari l'anno per aiutare i paesi più poveri a diminuire le proprie emissioni.

Resta l'incognita del dove trovare le risorse. Le proposte avanzate per adesso sono due: tassare i trasporti aerei e marittimi, oppure le transazioni finanziarie. Certo, la crisi economica in corso non aiuta, e rischia di affossare sul nascere ogni proposta. Pesa anche, eccome, sul tentativo di rinnovo del Protocollo di Kyoto.

Il primo periodo, che prevedeva una riduzione del 5,2 per cento delle emissioni di gas serra entro il 2012, si concluderà alla fine del prossimo anno. Il risultato di questa prima fase è a dir poco fallimentare, con le emissioni che, invece di diminuire, sono aumentate di oltre il 40 per cento negli ultimi vent'anni. Solo la Cina aumenta le proprie emissioni del 10 per cento l'anno. Si capisce dunque come passare alla seconda fase sia impresa ardua.

Altra ipotesi, più percorribile, è quella di un regime transitorio fino al 2020. La commissaria europea al clima, Connie Hedegaard, auspica una “road map” che preveda l'ingresso di Stati Uniti e Cina nel trattato.

Nel frattempo cresce la protesta dei paesi più poveri del mondo, gli stessi che in molti casi sarebbero più colpiti dai cambiamenti climatici. José María Figueres, ex presidente della Costa Rica, ha lanciato l'idea per "Occupy Durban", un'azione dimostrativa ispirata dai movimenti di protesta globale sorti nell'ultimo periodo.

"Ho invitato tutti i Paesi vulnerabili a 'occupare' Durban", ha dichiarato Figueres. "Abbiamo bisogno di una espressione di solidarietà da parte delle delegazioni dei Paesi che sono più colpiti dal cambiamento climatico, che vanno da una riunione all'altra senza ottenere risposte sulle questioni che devono essere affrontate".

"Siamo andati a Copenhagen - ha proseguito Figueres - con l'illusione che potessimo raggiungere un accordo equo. Siamo andati a Cancún, dove abbiamo visto un leggero, ma non sufficiente, progresso. La frustrazione è profonda e sta crescendo. Ora sentiamo che non abbiamo più bisogno di conferenze. Questa volta dobbiamo fare sul serio. Dovremmo andare a Durban con la ferma convinzione che non torneremo fino a quando non avremo fatto sostanziali progressi".

Attualmente, molti paesi si rifiutano di stipulare accordi vincolanti per via della crisi economica. C'è però un dato che dovrebbe far riflettere. Gli unici settori che nonostante la crisi continuano a crescere sono quelli legati alle energie verdi e rinnovabili. Puntare tutto sulle energie pulite dunque, potrebbe essere un punto di svolta anche per uscire dall'attuale impasse economica.

A.D.

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