La partecipazione alla missione internazionale per sminare lo Stretto di Hormuz e proteggere il transito del petrolio e del gas nell’area costerebbe all’Italia circa 10 milioni di euro al mese, tra spese per il carburante, logistica, supporto aereo, connessioni satellitari e indennità di missione per il personale. Lo svelano le stime effettuate dall’osservatorio Milex per Greenpeace Italia.
Un conto salatissimo che, secondo i calcoli di Greenpeace, si aggiungerebbe ai circa 824 milioni di euro che l’Italia spenderà nel corso del 2026 per missioni militari finalizzate in parte alla sorveglianza di piattaforme petrolifere o gasdotti e alla sicurezza del nostro approvvigionamento energetico fossile.
«Invece di ridurre la dipendenza dal petrolio e dal gas che ci espone a continui shock energetici e alimenta la crisi climatica, il governo Meloni spende centinaia di milioni di euro per difendere con le armi le rotte delle fonti fossili, aggravando la sudditanza dell’Italia e togliendo risorse alla transizione energetica», dichiara Sofia Basso, campaigner pace e disarmo di Greenpeace Italia. «È esattamente l’opposto di quello che andrebbe fatto, ovvero tassare le aziende fossili che stanno guadagnando dal caro energia e investire nelle rinnovabili»
«Tra il 14 e il 16 luglio, le commissioni Esteri e Difesa di Camera e Senato hanno riconfermato 50 missioni militari per il 2026 e ne hanno istituite due nuove, una in Iraq e l’altra in Somalia. Analizzando il loro mandato e le dichiarazioni ufficiali di esponenti politici e militari, emerge che circa la metà di queste missioni ha un ruolo esplicito nella protezione di asset energetici, rotte petrolifere o del gas, o nel contrasto al contrabbando di petrolio - spiega Greenpeace - Secondo i nostri calcoli, negli ultimi cinque anni queste “missioni fossili” sono costate all’Italia circa 4,2 miliardi di fondi pubblici. Tra i casi più eclatanti c’è l’Operazione Mediterraneo Sicuro per la sorveglianza e la protezione militare delle piattaforme dell’Eni nelle acque internazionali davanti le coste libiche; le attività di presenza, sorveglianza e sicurezza nel Golfo di Guinea, dove opera sempre Eni, e la missione europea Aspides per proteggere dagli attacchi degli Houthi i flussi di petrolio e gas nelle aree del Mar Rosso, del Golfo Persico e del Mar Arabico settentrionale».
«Queste missioni militari sono il risultato della strategia fallimentare del governo Meloni. È ora di smettere di investire in militarizzazione degli approvvigionamenti fossili e accelerare sulla transizione energetica, puntando su rinnovabili, efficienza ed elettrificazione nel nostro Paese», conclude Sofia Basso.
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