Imparare vivendo e vivere per imparare: unschooling

Un libro imperdibile quello di Elena Piffero, "Io imparo da solo" (Terra Nuova edizioni), che apre gli occhi su quanto i bambini possono apprendere se non sono chiusi tra quattro mura nella scuola convenzionale.

Imparare vivendo e vivere per imparare: unschooling

«L’educazione è una cosa ammirevole ma è bene ricordarsi di tanto in tanto che nulla che valga
la pena conoscere può essere insegnato».

Oscar Wilde 

Inizia a breve la scuola e bambini e ragazzi si ritroveranno di nuovo chiusi, immobili dentro delle strutture spesso brutte e fatiscenti. Attività questa che ha pure costi esorbitanti considerato che per ogni studente fra tutto si spendono anche più di mille euro, solo per iniziare l’anno scolastico.
Provate a chiedere a dieci bambini o bambine, ragazzi e ragazze se a loro piace andare a scuola, auspicando che vi rispondano sinceramente e non per fare contenti gli adulti. Almeno otto o nove su dieci vi confesseranno che a loro non piace, che è pesante, faticosa, che preferirebbero fare altro; al massimo vi diranno che incontrarsi con i compagni è la cosa migliore. Visto il livello di gradimento così basso, perché praticamente li si costringe a fare qualcosa che a loro non piace? Come si può infatti pensare che per i bambini o ragazzi possa essere sano, nel loro periodo di maggiore vivacità e movimento, stare fermi ore ed ore ad ascoltare qualcuno che racconta cose che spesso non interessano e sono una parte minima di quello che a loro servirebbe veramente imparare.
Lo psicologo e autore P. Gray ce lo conferma: «Chiunque sia andato a scuola sa che è una prigione, ma quasi nessuno oltre l’età scolare lo dice. Non è educato. Tutti noi camminiamo in punta di piedi intorno a questa verità, perché ammetterla ci renderebbe crudeli ai nostri stessi occhi e punterebbe il dito contro tanti benintenzionati dediti ad un’opera (secondo loro) di importanza cruciale. (...) Come potrebbe il nostro governo democratico, fondato sui principi della libertà e dell’autodeterminazione, promulgare leggi che obbligano i bambini e adolescenti a passare buona parte del loro tempo dietro le sbarre?».
L’obiettivo di tutto ciò è prepararli da subito ad una vita da obbedienti soldatini consumatori dove la fatica, lo sforzo, la sofferenza, la concorrenza, la meritocrazia, l’arrivismo, la competizione vengono proposte come inevitabili e anche positive.
Già la violenza di svegliarli spesso a orari antelucani è assurda, poi a scuola non imparano nulla di pratico, niente su come si coltiva, come si riconoscono le piante, gli animali, come si riparano gli oggetti, come funziona il corpo, come funziona tecnicamente tutto ciò che li circonda, niente su come si cucina, si cuce, si costruisce una casa, un mobile, un tavolo, niente gioco, niente divertimento, niente arte, musica, canto, niente vera socialità, niente su come organizzare delle discussioni e dirimere litigi.
Questa infatti la citazione di W. U. Wimsatt autore e attivista politico che viene riportata nel libro sulla sua esperienza scolastica, che poi è simile a tante altre: «Non c’erano lezioni sulla sessualità. Nè lezioni sull’amicizia. Nessuna lezione su come destreggiarsi nella burocrazia, avviare una organizzazione, raccogliere fondi per una causa, creare una banca dati, costruire una casa, amare un bambino, identificare una truffa, convincere qualcuno a non commettere suicidio, o scoprire cose era realmente importante nella vita. E’ non conoscere tutto questo che incasina la vita delle persone, non se sanno o no l’algebra o riescono a fare l’analisi grammaticale di un testo».
Eppure per il 99% della storia umana siamo stati cacciatori e raccoglitori dove sapevamo fare di tutto, improvvisamente questo fantastico bagaglio insito nella nostra genetica che veniva tramandato anche ai piccoli, viene cancellato da un apprendimento solo teorico di una parte infinitesimale di conoscenza rispetto a quella a cui avevano accesso i nostri antenati e di cui hanno ancora accesso le popolazioni indigene, assai più sviluppate e abili di noi “civilizzati”. La pseudo educazione tutta teorica crea dei (nemmeno troppo) istruiti disabili che alla prima difficoltà pratica vanno nel panico e avranno sempre bisogno di pagare qualcuno che gli risolva i problemi.
Il paradosso dei paradossi è che anche le cose che si insegnano a scuola e che si ritengono tanto importanti, potrebbero essere imparate dai bambini senza l’ausilio di tutto l’armamentario scolastico. Detta così sembra una follia, tanto abbiamo accettato che i bambini e ragazzi trascorrano i loro anni ingabbiati, eppure ci sono innumerevoli esempi che dimostrano che non solo è possibile ma che è molto meglio. La scuola addirittura, più che aiutare a imparare, blocca il normale e naturale apprendimento che avverrebbe più facilmente e più serenamente se il modo di imparare fosse diverso da quello considerato come l’unico e indiscutibile. Tante famiglie, tanti genitori hanno affrontato questo autentico tabù e ne sono usciti vincitori con ottimi risultati per i loro figli.
Abbiamo già parlato di scuola parentale in passato ma qui vogliamo andare oltre e parlare di un metodo di apprendimento affascinante che dona libertà e rispetta i tempi di tutti i bambini e ragazzi che lo praticano. Di questa metodologia ce ne parla in un libro Elena Piffero, il titolo è Io imparo da solo, edito da Terra Nuova. Il libro della Piffero è uno di quei libri fondamentali che qualsiasi genitore e ragazzo dovrebbe leggere e anche ogni insegnante. Un libro pieno di esempi, di saggezza, buon senso, profonda intelligenza e soprattutto rispetto per i bambini e ragazzi che non sono visti come imbuti da indottrinare, soldatini da irregimentare o robe da parcheggiare.
Per chi si chiede come possa essere possibile che i bambini imparino da soli, bastano un paio di esempi per tutti, come fanno infatti a parlare, a camminare senza avere nessun insegnante al seguito? Eppure lo fanno, addirittura se i genitori sono di due nazionalità diverse imparano tranquillamente anche due lingue senza alcun bisogno di lavagne, libri o altro. Miracolo? No, è semplicemente la normalità, proprio quella normalità che ci riesce difficile accettare perché non è socialmente riconosciuta. A proposito, la Piffero ha tre figli che non frequentano la scuola ma sanno leggere, scrivere, far di conto e sanno tante altre cose che purtroppo la scuola non insegna. Bambini educati così sono inferiori agli altri? I dati sembrano dire esattamente il contrario.
«Lo studio effettuato da Brian Ray nel 2009 che metteva a confronto i risultati nei test standardizzati di oltre 11.000 studenti alla fine del ciclo scolastico superiore, ha evidenziato che in generale, i punteggi dei bambini homeschooler o unschooler sono eccezionalmente alti rispetto a quelli dei loro compagni che hanno frequentato le scuole».
La Piffero ci spiega perché si hanno questi risultati: «L’apprendimento spontaneo in un ambiente familiare e sociale incoraggiante e ricco di stimoli, costituisce un valido percorso di istruzione, anzi di auto istruzione, in grado di sostituire quello scolastico. I bambini semplicemente continuano, come hanno fatto in millenni di evoluzione, a imparare da soli: sono biologicamente programmati per farlo e non ne possono fare a meno. Le numerose esperienze di unschooling sparse per il mondo dimostrano che i bambini, anche senza un programma didattico prestabilito e imposto dall’esterno, sviluppano con successo le loro capacità in autonomia, seguendo i propri ritmi».
Rifacendosi a un nutrito corpus di studi sull’apprendimento, le neuroscienze e la psicologia dell’età evolutiva, il libro racconta come e perché adottare l’unschooling, riportando con decisione al centro del dibattito sull’educazione i legittimi protagonisti: bambini e ragazzi. Uno dei tanti aspetti positivi è che avendo molti più stimoli, libertà e interessi variegati, i figli unschooler leggono molti più libri di chi va a scuola tradizionale e questo è un grande aiuto anche per gli aspetti grammaticali.
Riportiamo una citazione di John Taylor Gatto insegnante pluripremiato che è semplicemente memorabile, si chiama: La lezione della dipendenza.
«Pensiamo a tutto quello che crollerebbe se i bambini non fossero allenati ad essere dipendenti: i servizi sociali potrebbero a malapena sopravvivere e sparirebbero, credo, nel recente limbo storico da cui sono emersi. Consulenti e terapisti starebbero a guardare con orrore mentre la loro fornitura di invalidi psicologici svanisce. L’intrattenimento commerciale di ogni tipo, compresa la televisione, perderebbe presa sul pubblico perché le persone ricomincerebbero a creare da sole il loro divertimento. I ristoranti, l’industria del cibo pronto e un gran assortimento di servizi legati al cibo si ridurrebbero drasticamente se le persone tornassero a prepararsi da sole i pasti, invece di dipendere da sconosciuti che piantano, raccolgono, tagliano e cuociono per loro. Parte della giurisprudenza, della medicina e dell’ingegneria diventerebbero inutili, così come l’industria dell’abbigliamento e dell’istruzione scolastica, a meno che un’offerta garantita di individui incapaci non continui a riversarsi fuori delle scuole anno dopo anno. Da questo assunto diventa assai chiaro per quali obiettivi la scuola è così strutturata come quella attuale».
​Per chi poi fosse convinto che il famoso “pezzo di carta” sia indispensabile, non solo per vivere ma anche per operare bene e a favore del prossimo, David Orr professore e scrittore ci ricorda che: «La verità è che molte cose dalle quali dipendono la salute e la prosperità del futuro sono in grave pericolo: la stabilità del clima, la resilienza e la produttività dei sistemi naturali, la bellezza del mondo naturale e la diversità biologica. Vale la pena notare che tutto questo non è stata causato da persona ignoranti. È piuttosto in gran parte il risultato del lavoro di persone con master, lauree, specializzazioni e dottorati».
In conclusione, l’autrice ha confezionato un libro imperdibile per chiunque abbia a cuore la libertà umana, a cominciare dai piccoli.

 

Io Imparo da Solo!Voto medio su 2 recensioni: Buono

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