Conversare con un bot, creare un'immagine in due click, fare ricerche in pochi secondi, generare liste, idee, app con un paio di richieste: sono operazioni rese possibili dalla cosiddetta “intelligenza artificiale”, tecnologia commercializzata dal 2022.
La “IA” richiama scenari fantascientifici: ologrammi, proiezioni, comandi luminosi sospesi in aria, affascinanti e soprattutto immateriali. Eppure, è tutto tranne che astratta: al suo funzionamento sono necessarie infrastrutture imponenti, di scala superiore rispetto a Internet, al cloud e a qualsiasi altra tecnologia precedente.
La potenza di calcolo delle “IA” ha bisogno di chip, di server, di casermoni zeppi di processori – ovvero data center. Vale la pena di concentrarsi su questi ultimi, perché riguardano da vicino anche l'Italia: il nostro paese fronteggia oggi centinaia di richieste di nuove costruzioni di data center, concentrate per ora in Lombardia, Puglia e Sicilia (data loro posizione geografica su dorsali di connessione), con previsioni di impianti sempre più grandi.
A Magenta, per fare un esempio, la NAMIRA S.G.R.P.A vorrebbe edificare un data center di 450.000 mq e una potenza di 300MW: 18 campi di calcio (ma alti 8 piani) e un consumo pari al 40% di quello domestico di tutta Milano. A pochi chilometri di distanza, nel comune di Buscate, meno di 5.000 residenti, un data center in valutazione consumerebbe quanto 860.000 persone circa. Si parla di impianti ovunque, nei dintorni – Abbiategrasso, Lacchiarella, Segrate, Corsico: infrastrutture enormi, tali da richiedere nuove centrali elettriche, una di esse prevista a Trezzano, per mantenere sempre accesi migliaia di server e gli impianti di raffreddamento.
Proprio il calore è un altro tasto dolente: negli USA, le strutture sono raffreddate ad acqua, il che spesso genera siccità e scarsità ai danni dei residenti locali; in Italia, il raffreddamento è ottenuto per lo più usando l'aria, ma ciò provoca emissioni di calore nell'ambiente, con un innalzamento della temperatura di atmosfera e suolo, e la formazione di isole di calore per chilometri; uno studio dell'università di Cambridge guidato dall'italiano Andrea Marinoni ha documentato il fenomeno con rilevazioni satellitari, certificando un aumento dai 2°C ai 10°C nel raggio di 10Km.
Gli impatti ambientali dei data center riguardano anche:
· il consumo di suolo, con occupazione di terreni agricoli e verdi (l'unica legge a oggi elaborata in tema, quella di Regione Lombardia, li prevede persino nei parchi protetti!);
· l'aumento di rifiuti speciali RAEE, a tonnellate, non tutti riciclabili;
· l'inquinamento ambientale causato dai generatori diesel di emergenza, accesi e testati continuamente, con emissioni atmosferiche oltre i limiti consentiti;
· l'inquinamento acustico causato dalle macchine in costante funzionamento, con effetti anche su fauna e flora circostanti;
· l'inquinamento luminoso, per i sistemi di illuminazione attivi H24 visibili da chilometri.
Nessuno di questi impatti ha al momento misurazioni organiche e non esiste un registro dei data center che ci dica quanti sono di preciso, né quali effetti stanno effettivamente avendo (come segnalato dal prof. Eugenio Morello del Politecnico di Milano, che tenta di mapparli).
Vale qui lo stesso discorso della ”IA”: come non esiste ancora un quadro normativo per molti dei problemi che essa provoca, allo stesso modo non ci sono leggi che regolino la costruzione di data center, tenendo conto di cosa essi effettivamente sono. Ne risulta una grande opacità, anche dal punto di vista delle dell'informazione alla cittadinanza, sulla quale la democrazia si basa; senza contare l'esistenza di una complessa e fumosa architettura,f atta di numerose piccole aziende che afferiscono alle poche, grandi Big Tech statunitensi dietro questi disegni. Le amministrazioni locali non hanno i mezzi per opporsi a questi ecomostri, né, a volte, la cognizione di causa per comprenderne in anticipo gli effetti distruttivi che si portano appresso, effetti anche di lungo periodo.
Che fare? Si dovrebbe, dicono molti, limitarsi: meno chiacchiere con i chatbot, meno video con gatti che vanno in bici, meno sciocchezze, insomma! Usiamo la “IA” per cose serie, e il suo impatto potrà diminuire.
Purtroppo le cose non stanno così. La “IA” non è pensata per le persone, per chiacchierate o video buffi: questi sono solo modi in cui essa si procura materia prima, estraendo qualsiasi iterazione per raccogliere sempre più dati e sfruttarli in modelli sempre più dettagliati – noi siamo la materia prima delle “IA”. Essa si rivolge piuttosto a due usi principali: l'uso militare e quello, correlato, della sorveglianza. I suoi effettivi destinatari sono quindi gli eserciti, gli Stati con tentazioni autoritarie (quale Stato non ne ha?) e le grandi corporation private; queste ultime sono anche le creatrici della “IA”, ne posseggono le leve e i segreti, e intendono guadagnarci somme di denaro mai realizzate prima nella storia umana. Eppure, diversi analisti segnalano che il business delle “IA” sta creando una bolla finanziaria di dimensioni preoccupanti, e sempre più vicina allo scoppio: in un suo studio pubblicato sulla rivista Krisis a gennaio del 2026, Giacomo Gabellini calcola che un crollo di tale settore “brucerebbe 20.000 miliardi di dollari, distruggendo il risparmio globale”.
Le “IA” agiscono nei principali teatri di guerra: il sistema Lavender sviluppato dall'esercito israeliano opera nella striscia di Gaza, Palantir fornisce tecnologie utilizzate in operazioni militari, compresa la guerra a Gaza. Le “IA” sono inoltre impiegate per la sorveglianza di giornalisti, manifestanti, cittadini, testi: ciò, insieme alla spinta politica alla digitalizzazione di sempre più aspetti della nostra vita, ricadrà sulla nostra libertà personale. E se avessimo dubbi sulla correttezza e l'amore per l'umanità dei padroni di queste tecnologie, l'invito è quello di ascoltarli: in rete sono disponibili discorsi e scritti dei CEO delle principali aziende sviluppatrici, in cui essi espongono idee suprematiste, scientiste e autoritarie, e sostengono la filosofia del transumanesimo.
Come siamo arrivati a questo punto, dopo decenni a parlare di “transizione green”? Perché non ci siamo ancora rivoltati contro tutta questa violenza? Dire che la “IA” non va usata è poco, usarla eticamente è impossibile: bisogna fermarla, e combatterla attivamente, prima che “scoppi” – in una bolla o in una bomba.
Tornare alla sua materialità, frenando la costruzione dei data center, è un ottimo modo per iniziare, e potrebbe essere più efficace di quanto ci aspettiamo: le Big Tech dietro a questi progetti hanno fretta e nonostante drenino investimenti sono ancora in perdita.
Se nel tuo territorio è prevista la costruzione di un data center, non credere alla propaganda tecnofila, pretendi trasparenza e non lasciare che decidano sulla tua testa, sulla tua terra: contatta i comitati già esistenti per formarne uno e per fare rete.
Il vecchio motto ambientalista “pensa globalmente, agisci localmente” è ancora valido, e ha bisogno di tutti per dispiegarsi nella pratica e nella politica.
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Giulia Abbate è editor indipendente e scrittrice: ha pubblicato manuali di scrittura, romanzi storici, ucronici e fantastici, oltre ad articoli per testate nazionali e racconti in numerose antologie. È tra le fondatrici del portale Solarpunk Italia dedicato alla fantascienza ecologista e libertaria. Collabora con numerose realtà sociali, tra cui TESS – Transizione Energetica Senza Speculazione, che tutela le comunità locali minacciate dal business delle energie rinnovabili. È iscritta a Generazioni Future, società cooperativa ed ecologista nata per promuovere la difesa e valorizzazione dei beni comuni. Fa anche parte di Progetto Nonviolento, incentrato su questo tipo di lotta politica; e gestisce Condividi la Pace, gruppo su Facebook dedicato alla diffusione della cultura della pace, contro la propaganda bellicista e la spinta al riarmo.
Fonte: Rivista dell'associazione Amica, settembre 2026
Foto: Brett Sayles su Pexels





