Indignati, 15 ottobre: ecco cosa è successo a Madrid

"Lo slogan del 15 ottobre, 'uniti per un cambiamento globale', acquista significato quando osservi chi sta marciando, formando parte di un gruppo eterogeneo per età, provenienza, sentire. Ti rendi conto che hai più in comune con ogni indignato di qualunque parte del mondo che con quelli che ti rappresentano". Ivan e Maria, due ragazzi spagnoli, ci raccontano cosa succedeva il 15 ottobre scorso a Madrid, mentre il dibattito pubblico del nostro paese era stato monopolizzato dagli scontri di Roma.

Indignati, 15 ottobre: ecco cosa è successo a Madrid
Ivan - 15 ottobre 2011 Oggi avrebbe potuto essere un sabato come qualunque altro. Ma ciascuno ha una responsabilità morale, partecipare alla marcia che avrà luogo questo pomeriggio. Sai che non sarai solo, sai qual è il percorso, ma non quanti ti accompagneranno. Hai bisogno di esprimerti, di urlare con la tua voce un grido di protesta contro l'ingiustizia morale della realtà che ti circonda, la delusione e la sfiducia che ti trasmettono quelli che prendono le decisioni. La paura che genera sapere che ci sono persone al mondo, che tu non hai eletto in maniera democratica, che decidono per te come vivere e ti dicono il modo di farlo. Anche quando loro non sono certo esemplari con la loro condotta. Arrivi alle 17:35 ad Atocha. Scendi dall'autobus dov'eri seduto pensando a quanti dei presenti vanno nella tua stessa direzione. A tratti l'illusione fa crescere in te un subitaneo pensiero di abbattimento, ti sembrano pochi, vorresti ci fossero più persone che protestano contro le ingiustizie del mondo anche per quelli che non hanno voce o non possono scendere in strada. Dar voce a una causa che sta più in là dell'interesse personale, speri di trovare una forza comune. Mentre pensi ad ogni passo incontri facce che conosci, persone che decisero già da tempo come costruire la propria vita, che lottarono per propri sogni. All'improvviso sono là. Non è una sorpresa trovare oggi sogni infranti, sai, ognuno è cosciente delle necessità basilari e dei problemi che accadono nella tua comunità. Anche i tuoi obiettivi sono stati frenati all'improvviso. Il domani è di un'incertezza difficile da affrontare, senza riferimenti, quando il tuo presente ti scappa dalle mani secondo il ritmo del mercato. Lo slogan del 15 ottobre, "uniti per un cambiamento globale", acquista significato quando osservi chi sta marciando, formando parte di un gruppo eterogeneo per età, provenienza, sentire. Ti rendi conto che hai più in comune con ogni indignato di qualunque parte del mondo che con quelli che ti rappresentano. Non li conosci però si preoccupano per il cambio climatico, la corruzione e le mancanze di quella che è stata chiamata globalizzazione. Assurdo è avere di più in comune con loro piuttosto che con quelli della "Gurtel", o con quelli che tagliano i diritti, tramite i tagli alle spese di sanità e educazione. Alcuni secoli fa, c'erano alcuni che credevano che la Terra non fosse piatta, che i suoi bordi non conducessero in caduta libera verso il vuoto. Pensavano il mondo in maniera differente, e per questo vennero emarginati. Oggi in questa manifestazione hai la sensazione di andare contro la convenzione, ma in cambio sei cosciente di avere la ragione dalla tua parte. Da Atocha fino a Cibele, camminando attraverso il Paseo del Prado, non è importante quanto ci metti, anche se ci metti due ore di cammino, ti senti ottimista, e pensi che un cambio è possibile. In poche occasioni si erano viste così tante persone unite insieme. Le richieste sono per una maggiore democrazia, una maggiore giustizia sociale e più moralità. La morale, forse una delle conquiste maggiori della nostra civiltà, oggi non ha valore né nella politica né nell'economia, e pensando questo la gente grida: "No no no, non ci rappresentano", "Rigenerazione politica adesso!", "Basta con gli sfratti", "Democrazia mi piace ma sei assente", "Non paghiamo per la vostra crisi", "Affitti sociali subito!". Ad ogni passo che fai scopri più preoccupazioni, più carenze, e più gente che le denuncia. Quelli che protestano sulla situazione in Siria, quelli che non vogliono tagli a sanità e istruzione, voci contro i banchieri e contro il mercato, contro la classe politica in generale senza fare distinzione tra i partiti. Inclusi quelli del Partido Humanista, che chiedono firme per potersi presentare alle prossime elezioni. Quando alla fine arrivi a Cibeles, ti fermi stupito. Non si va avanti, non si può arrivare fino a Sol. C'è molta, moltissima gente, e quanto più tempo passi tra gli Indignati più ti fa pensare alla situazione che si sta vivendo. Alla cecità dei politici, al cancro dell'individualismo, alla disuguaglianza sociale, pensi in teoria e oggi nelle altre città ci sarà qualcuno che starà pensando e facendo le stesse cose che stai pensando e facendo tu, non ti conosce ma ha la stessa inquietudine. La ragione di ciò è che da questo sistema economico traggono benefici una minoranza di persone, mentre la maggioranza deve convivere con le sue conseguenze e i suoi errori; e questa maggioranza non ha voce in capitolo nelle decisioni, ma sono le sue spalle che sostengono questo mondo grazie al loro tempo e al loro lavoro. E questa voce addormentata, che ora si sta risvegliando dal suo letargo, chiede l'attenzione di quelli che potrebbero cambiare le cose in meglio, e porta dentro di sé l'indignazione di molti. Alla fine entri a Sol, sono le 20:16 e sono passate circa 3 ore da quando hai iniziato a manifestare. Qui tutto è un esercizio di osservazione per quanto è permesso dalla limitata libertà di movimento per via della piazza affollatissima. Più cartelli, più striscioni, guardi la facciata del palazzo dove viveva Tio Pepe e anche da lì pendono striscioni. Ovunque guardi cogli pensieri, un quaderno attaccato alla schiena ("sono messicano e anch'io mi sento indignato"), post-it messi nei posti più impensabili. Per molto tempo, smetti di essere solo per diventare parte di un'indignazione che va oltre la tua persona. Non sai come finirà questo movimento, ma desideri, necessiti che ci sia un cambio. Maria - 16 ottobre 2011 Ieri alle 17:30 si poteva vedere come arrivavano al Paseo del Prado i primi manifestanti che erano partiti alle 16 con la colonna di sud-est della città. In testa alla colonna manifestavano i rappresentanti della Asamblea de Institutos de Madrid vestiti con le loro 'polemiche' magliette verdi, simbolo della difesa dell'istruzione pubblica di Madrid. Seguivano striscioni delle assemblee popolari dei quartieri e comuni della Comunità di Madrid: Lavapiés, Carabanchel, Arganzuela, Villaviciosa, Alcalà, ecc. Con rappresentanti del movimento 15M di tutte le età, però soprattutto persone giovani, alcuni con i propri figli, tutti con il proprio cartello, ma tutti con lo stesso obiettivo: i politici e la banca. Ogni tanto compariva qualche bandiera, sempre repubblicana, ma c'erano anche bandiere di altri paesi come Grecia e Siria. La gente è creativa e ha costruito caricature giganti di Rubalcaba e Rajoy, una nave pirata su ruote e un euro gigante che gira tra le persone. Alle 18 arriva il grosso della colonna accompagnato da un'enorme orchestra di percussioni: si potevano contare undici file di venti persone cadauna con tamburi e tamburelli, suonando insieme in perfetta sintonia, mentre la gente intorno riprendeva e fotografava; in questi giorni, tutto il mondo è giornalista. Nel frattempo, un anziano passa a fianco all'orchestra col suo cartello che recita "Sono nonno; non permetterò che si mangino i nostri fiori". Alle 18:30 la gente continua a passare sotto alla mia finestra. È il momento di scendere in strada. Per strada passo davanti alla Plaza de las Cortes, che porta al Congresso dei Deputati, totalmente recintato e protetto dalla Polizia Nazionale. La mia intenzione è arrivare a Cibeles perché là è dove si ricongiungono tutte le colonne partite nelle prime ore del pomeriggio, dai differenti quartieri di Madrid, come già successe il 19J. La gente ci riceve con una grande ovazione, agitando le mani in alto, applaudendo, fischiando. È tanta le gente che abbiamo bisogno di due ore per uscire in direzione Puerta del Sol attraverso via Alcalà. Si sta facendo sera; mentre la gente che non si ferma si allontana dalle traverse, in via Alcalà continuano le performances, la musica, e la preparazione dei cartelli. Una postazione informatica improvvisata montata su un carrello della spesa proietta sugli edifici illuminati i messaggi dei cartelli. All'altezza del numero 32 la gente è quasi ferma ed è quasi impossibile arrivare a Sol. Io mi imbuco tra la gente per tornare fino all'orchestra di percussioni. In questo momento tutti iniziano a fischiare insieme: ci troviamo di fronte alla Confederación Española de Cajas de Ahorros, molte delle quali in fallimento o aiutate dallo Stato. Abbastanza difficilmente riesco ad arrivare a Sol. Lì la gente ha scalato le impalcature di un edificio, appendendo striscioni. Lontano si sente il rumore di un altoparlante che comunica ai manifestanti di utilizzare le vie Carretas, Arenal o Preciados per entrare in piazza, perché per via Alcalà non si riesce. È impressionante; c'è gente salita in cima alla struttura da cui si accede alla metropolitana, agli ascensori, sui lampioni, persino sull'Oso y el Madroño! Alla fine vedo i portavoce che si incontrano sotto alla statua di Carlos III, con due striscioni per ogni lato, imitando credo i romani, striscioni dove si legge 15-O. Faccio un giro per la piazza, e vedo formarsi alcune assemblee; alcuni resteranno qui tutta la notte; io esco da Preciados e torno a Callao. Qui finalmente il mio telefonino ricomincia a funzionare. Poco dopo la quantità di gente comincia a diminuire. Traduzione a cura di Luca Asperius [pdf|15O_madrid_es.pdf|Leggi la versione originale in spagnolo]

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