ISDE: «PFAS nei vini veneti»

Analizzati 76 vini prodotti in aree contaminate e limitrofe. Il PFBA è stato rilevato nel 93,5% dei campioni, con picchi fino a 18.067 nanogrammi per litro. Per ISDE è necessario rafforzare monitoraggi, trasparenza e prevenzione dell’esposizione alimentare.

ISDE: «PFAS nei vini veneti»

«Un nuovo studio pubblicato su Environmental Pollution riporta la presenza diffusa di PFAS nei vini prodotti in Veneto, con un dato particolarmente rilevante per il PFBA, l’acido perfluorobutanoico. La ricerca, firmata da Francesco Calore, Paolo Girardi, Alessandro Bonetto, Laura Pagnin e Antonio Marcomini, ha analizzato 76 vini prodotti all’interno e nei dintorni di un’area italiana fortemente contaminata da PFAS, valutando anche il rapporto tra contaminazione del vino e contaminazione delle acque sotterranee»: lo fa sapere ISDE Associazione Medici per l'Ambiente.

«Il risultato più significativo riguarda proprio il PFBA, composto a catena corta appartenente alla grande famiglia delle sostanze perfluoroalchiliche e polifluoroalchiliche - spiega ISDE - Secondo lo studio, almeno un PFAS è stato quantificato in 73 vini su 76. Il PFBA è risultato presente nel 93,5% dei campioni, con una concentrazione mediana di 196 nanogrammi per litro e un valore massimo di 18.067 nanogrammi per litro. Sono stati rilevati anche altri composti, tra cui PFPeA e PFBS, rispettivamente nel 61,5% e nel 51,3% dei campioni. La ricerca segnala inoltre che le concentrazioni più elevate di PFBA sono associate ai vini provenienti da aree produttive sovrapposte al plume di contaminazione. Per i vigneti entro 75 metri dall’acquifero, l’analisi statistica ha evidenziato una relazione positiva tra PFBA nel vino e PFBA nel punto di falda più vicino. Gli autori indicano quindi il PFBA come possibile marcatore molecolare della contaminazione delle acque sotterranee. Il tema non riguarda solo l’ambiente, ma anche la salute pubblica. Gli autori stimano che, negli scenari di consumo più elevati, un vino possa portare al superamento della dose settimanale tollerabile stabilita dall’Autorità europea per la sicurezza alimentare; applicando i fattori di potenza relativa, il superamento riguarderebbe da 3 a 8 vini. Per 3 vini, l’assunzione giornaliera stimata di specifici PFAS supererebbe le rispettive dosi orali di riferimento. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare ha fissato nel 2020 una dose settimanale tollerabile di gruppo pari a 4,4 nanogrammi per chilogrammo di peso corporeo alla settimana per quattro PFAS che si accumulano nell’organismo: PFOA, PFOS, PFNA e PFHxS. Nella valutazione, l’effetto critico individuato è la riduzione della risposta del sistema immunitario alle vaccinazioni. La vicenda si inserisce in un quadro già complesso per il Veneto. Nel marzo 2026 Arpav ha fatto il punto sul PFBA nel vicentino, segnalando monitoraggi su impianti di trattamento, gallerie della Superstrada Pedemontana Veneta, siti di deposito di terre e rocce da scavo e acque sotterranee. L’Agenzia ha indicato, tra le altre cose, che per lo scarico della galleria di Malo il PFBA deve restare sotto 100 nanogrammi per litro e che i filtri devono eliminare almeno il 95%della sostanza. La Regione Veneto aveva già collegato il rinvenimento di PFBA in alcune gallerie della Pedemontana Veneta al possibile uso di un accelerante di presa per il calcestruzzo, precisando che nel 2021 ne era stata imposta in via prudenziale la sostituzione e che dal 2023 è attiva una conferenza di servizi con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica per il monitoraggio degli effetti ambientali».

Per ISDE «questi dati confermano la necessità di affrontare i PFAS non come emergenza episodica, ma come problema strutturale di prevenzione primaria. La presenza di contaminanti persistenti in una matrice alimentare di forte rilevanza economica e culturale come il vino impone controlli più estesi, pubblicazione trasparente dei dati, tutela delle popolazioni esposte e interventi sulle sorgenti di contaminazione. Il caso del PFBA nei vini veneti mostra anche un limite delle politiche attuali: la contaminazione non si ferma alle acque potabili, ma può entrare nelle filiere agricole e alimentari. Per questo servono monitoraggi integrati su acque, suoli, colture, alimenti e biomonitoraggio umano, con particolare attenzione alle aree già colpite dalla contaminazione storica da PFAS».

Fonte principale: studio “Accumulation of PFAS in wine from a contaminated area: Perfluorobutanoic acid (PFBA) as a molecular marker of PFAS groundwater contamination and implications of wine ingestion for human health”, pubblicato su Environmental Pollution, segnalato da Alcmeon.

QUI lo studio

Foto: SplitShire su Pexels

 

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