La "Rivoluzione Elementare dell’Orto" di Gian Carlo Cappello

Leggendo "La rivoluzione del filo di paglia" di Masanobu Fukuoka non si respira solo un metodo rivoluzionario ma anche una filosofia, un modo di essere e di pensare che va al di là dell’agricoltura. Stessa sensazione si ha leggendo il libro di Gian Carlo Cappello, "La Civiltà dell'Orto", che non si limita a una rivisitazione rivoluzionaria di come fare un orto ma la inserisce in un'analisi complessiva della società, dell’economia, dell’agricoltura e della vita in genere.

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Leggendo La rivoluzione del filo di paglia di Masanobu Fukuoka non si respira solo un metodo rivoluzionario ma anche una filosofia, un modo di essere e di pensare che va al di là dell’agricoltura. Stessa sensazione si ha leggendo il libro di Gian Carlo Cappello, La Civiltà dell'Orto, che non si limita a una rivisitazione rivoluzionaria di come fare un orto ma la inserisce in un'analisi complessiva della società, dell’economia, dell’agricoltura e della vita in genere. La definirei una filosofia agricola, due termini che storicamente non vanno molto d’accordo trattandosi di aspetti teorici e pratici che però in questo caso si accordano bene insieme.
Siamo di fronte a un Non Metodo che si ricollega a quello del non fare di Fukuoka dove la passione, la sperimentazione, l’osservazione di anni e anni hanno prodotto un risultato eccezionale e che conferma ancora una volta che il detto l’orto vuole l’uomo morto è da seppellire definitivamente, il detto, non l’uomo.

Dietro a questa concezione c’è un modo di vedere la vita in maniera rispettosa in ogni sua parte, infatti Cappello non esita a ricordare l’olocausto animale per alimentare persone che potrebbero essere sfamate tranquillamente senza questo immane sacrificio. Il titolo del libro e La Civiltà dell’Orto appunto, proprio perché dietro all’orto si profila una vera e propria civiltà, non solo un metodo di coltivazione.

I suoi capisaldi sono la semplicità contro la complessità, la logica contro l’illogicità, l’osservazione contro la distrazione e conseguente distruzione, il lavoro manuale contro quello delle macchine, pochi attrezzi semplici e nessuna lavorazione del terreno contro trattori e attrezzature sofisticate, nessun uso di fertilizzanti, pesticidi, erbicidi, funghicidi contro l’uso massiccio della chimica, rispetto sacrale per la natura e il suolo contro la devastazione di entrambi, poca importanza data al denaro contro una spasmodica ricerca del profitto ad ogni costo e con ogni mezzo, qualità del cibo contro un cibo che non sa di nulla, sanità del cibo contro del cibo che fa ammalare e uccide, riscoperta della comunità e convivialità contro l’individualismo sfrenato.
Ci sono quindi tutti gli ingredienti per partire dall’orto e costruire una società con parametri molto diversi da quelli suicidi e senza futuro attuali. Certo bisogna anche rimboccarsi le maniche ma è proprio su quello che si vede il valore e la serietà della proposta.

Siamo abituati ad ascoltare teorici, intellettuali di professione anche cosiddetti alternativi, che non saprebbero come piantare una pianta o condividere un pomodoro con nessuno, che fanno dei soldi comunque il pilastro della loro esistenza e motivo di valore e conseguentemente anche per questo motivo hanno ben poca credibilità, pur nel loro effimero successo. Bisogna quindi misurarsi con la realtà, dimostrare che si è il cambiamento che si dice il mondo dovrebbe fare e sopratutto impegnarsi, sporcarsi le mani nel gioco più bello del mondo che è appunto l’agricoltura, rivisitata anche secondo i parametri di Cappello per cui è un impegno ma non una fatica.

E visto che la fatica e il dolore sono una condanna che ci portiamo dietro biblicamente, poterci liberare da questi due incubi millenari dà un grande senso di liberazione, lo stesso che si ha guardando crescere il proprio cibo grazie al nostro impegno ma non alla nostra dolorosa fatica. Quando si hanno rese eccezionali con 1000 mq di Orto Elementare che possono sfamare 5 o 6 persone, ecco che vengono a cadere anche le stupide e ben poco velate razziste affermazioni per le quali non c’è abbastanza cibo per tutti, oppure che al mondo siamo troppi, laddove ovviamente i troppi sono sempre gli altri. Non solo di cibo grazie alla natura e non certo all’industria, ne potremmo avere in abbondanza per tutti sulla terra ma è un cibo producibile da chiunque facendo i passi e le operazioni giuste, anche quelle alla portata di tutti.
Per chi è preoccupato della mole di lavoro, Cappello dimostra che per “lavorare” 200 mq di orto basta un giorno alla settimana per una sola persona e l’Italia da sud a nord è strapiena di terre abbandonate che non aspettano altro che essere riportate allo splendore di un tempo e sfamare l’intero paese. E per rispondere subito a coloro che sistematicamente devono per forza trovare delle cose che non vanno per poter giustificare il proprio non fare nulla e acquietare la loro coscienza di pigri e disfattisti, diciamo che queste terre possono essere chieste in comodato d’uso o affittate per cifre alla portata di chiunque, considerando che le metrature necessarie per la propria autosufficienza alimentare sono decisamente risibili.

Quanti Comuni hanno terre di cui non sanno cosa farsene e la loro “gestione” è solo un costo. Si organizzino ovunque gruppi, comunità, Ecovicinati, e intorno alla Civiltà dell’Orto si vedrà rifiorire il paradiso terrestre chiamato Italia.

 

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