Perchè non ha più senso e non c’è più motivo di vivere solo per lavorare

Qualche mese fa fece molto discutere un video di una ragazza degli Stati Uniti che esprimeva in lacrime il suo sgomento per aver scoperto che lavorare dalle 9.00 alle 17.00, più il viaggio per andare e tornare dal lavoro, non le permetteva praticamente di vivere. Le reazioni sono state le più diverse...

Perchè non ha più senso e non c’è più motivo di vivere solo per lavorare

Qualche mese fa fece molto discutere un video di una ragazza degli Stati Uniti che esprimeva in lacrime il suo sgomento per aver scoperto che lavorare dalle 9.00 alle 17.00, più il viaggio per andare e tornare dal lavoro, non le permetteva praticamente di vivere. I commenti al suo sfogo furono di vario tipo, da persone che l’hanno accusata di essere una fannullona e che doveva ringraziare il cielo di avercelo almeno un lavoro, ad altri che invece solidarizzavano con lei. Che fosse o meno la solita trovata per ottenere notorietà poco importa, perché il problema è molto diffuso e lo dimostrano anche i milioni di licenziamenti volontari che aumentano sia in Italia che negli Stati Uniti. Licenziamenti che spesso avvengono senza nemmeno avere una alternativa pronta, quindi possiamo immaginare il livello di esasperazione che si ha per compiere quel passo. Ormai molte persone non considerano più avere un posto di lavoro, qualsiasi esso sia, come una manna dal cielo e si chiedono se abbia un senso tutto quel tempo dedicato a qualcosa che magari nemmeno piace e che viene fatto solo per portare a casa dei soldi.
Se infatti ci si chiede perché si lavora, ci si risponderà automaticamente perché servono soldi per campare. Ormai sono pochi coloro per i quali il lavoro realizza la persona, quasi tutti rassegnati al solo ritorno monetario. Però poi molti si chiedono come si campa, se si è felici e se è davvero necessario guadagnare tanto per comprarsi le cose che crediamo indispensabili perché convinti da un determinato sistema mentale e sociale. Nel momento in cui ci si fanno altre domande o si arriva a diverse considerazioni rispetto a quelle standardizzate, può darsi che si scopra che non ci servano tanti soldi per vivere, anzi che ne servano meno di quanto pensiamo; e quindi potremmo non accettare più qualsiasi lavoro pur che sia ma magari cercare quello che ci piace o lavorare meno.
Si tratta sempre di scelte, che sono il vero nocciolo della questione, per quanto ne dicano critici e cinici disfattisti che guardano solo ai problemi e mai alle soluzioni.
Se scegli la vita per la quale devi comprarti tutto quello che ti dicono di comprare (altrimenti vieni definito “povero”), è inevitabile che non potrai fare altro che vivere per lavorare e cercare di guadagnare sempre di più, in una corsa forsennata che spesso si ferma solo allo schianto fisico o psicologico del malcapitato o della malcapitata.
Se invece di accettare quello che ti viene detto da chi è già inserito nella società del consumo, ti poni delle domande, ad esempio se sia possibile vivere e lavorare in maniera diversa e non solo per guadagnare soldi per comprare cose, allora potresti scoprire tante soluzioni che, lontano dai riflettori dei consigli per gli acquisti, sono percorribili per vivere davvero e non solo per lavorare.
Ad esempio non è affatto detto che servano tanti soldi e che si debba per forza abitare in città, dove la vita è carissima e non ci si può autoprodurre granchè; l’Italia è strapiena di posti dove la vita costa meno e con terreni dove autoprodursi di tutto. Non è detto che non si possa collaborare con gli altri e quindi di conseguenza condividere, che non ci si possa dare una mano, scambiare, aumentando la qualità della vita e diminuendo le spese. Non crediate a chi non fa altro che porre problemi e non vuole soluzioni; magari non vuole trovarle perché sennò dovrebbe muoversi e fare, invece di lamentarsi e poter quindi rimanere immobile. Soluzioni ce ne sono quante ne si vuole e se in posti dalle condizioni impossibili le hanno trovate, figuriamoci cosa si può fare qui da noi dove lo spreco e l’opulenza sono la prassi.

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