La Spagna verso il voto: il 20 novembre le elezioni legislative

La fine dell'epoca d'oro di Zapatero, il movimento degli indignados, le spinte separatiste e la fine dell'Eta. Tra delusione e malcontento, la Spagna si prepara alle elezioni legislative del 20 novembre. La maggioranza degli elettori spagnoli vuole politici capaci di risolvere i principali problemi del paese, in primo luogo l’aumento della disoccupazione e la crisi economica.

La Spagna verso il voto: il 20 novembre le elezioni legislative
Desilusión. È probabilmente questo l'aggettivo che meglio descrive lo stato d'animo degli spagnoli oggi. Delusione. I sogni, a un passo dalla realizzazione, sono andati in frantumi. Come spesso succede quando ci si trova in un bel sogno, il risveglio può essere brusco, a dir poco traumatico. Nell'ultimo decennio la robusta crescita della Spagna è diventata un modello di riferimento che ha trovato estimatori in tutta la sinistra europea e mondiale, grazie soprattutto al carisma del suo giovane leader, José Luis Rodriguez Zapatero, divenuto, grazie alle riforme epocali come il ritiro delle truppe dall'Iraq, il matrimonio tra omosessuali, la legge sulla violenza sulle donne, la liberalizzazione dell'aborto, le politiche ambientali, sinonimo di uguaglianza, diritti, ecologia, solidarietà, laicità. Il cosiddetto milagro economico, guidato da una generazione di trentenni e quarantenni, fra cui molte donne, ha fatto invidia persino alle grandi super-potenze. Poi la brusca retromarcia, la fine del sogno. La crisi economica irrompe come un terremoto rendendo l'economia più pericolante d'Europa. Ma come si è arrivati fino a questo punto? La fine del sogno iberico ha avuto inizio con il crollo del mercato immobiliare e del settore edilizio, i due pilastri sui quali si reggeva l’economia spagnola. Con l'esplosione della bolla speculativa immobiliare in Usa, alla fine del 2007, e la mancanza di una solida base industriale, la burbuja immobiliare, come si definisce qui la speculazione edilizia, ha trascinato in pochi mesi tutta l'economia spagnola verso il baratro, e alimentato un'altra barbuja, questa volta creditizia, nelle banche occidentali. Le cifre parlano da sole: cinque milioni di disoccupati, ossia un indice di disoccupazione che supera il 20%, un debito pari al 160% del PIL e un deficit pubblico che sfiora il 9% del PIL. Castigo divino? No, secondo gli esperti l'economia spagnola si ritrova a dover fare i conti con le carenze strutturali della sua troppo giovane e troppo poco sviluppata economia industriale, e con un mercato del lavoro anomalo e disfunzionale, che condanna al precariato il 30% dei lavoratori. La risposta politica offerta dal governo per fronteggiare il problema è stata giudicata intempestiva e inadeguata, quasi improvvisata, tanto che Zapatero, in caduta libera nei sondaggi, ha sciolto il suo governo a luglio, portando a elezioni anticipate e decretando, con molta probabilità, la fine dell'era socialista. Il 15 maggio di quest'anno Puerta del Sol a Madrid si è riempita di giovani e meno giovani esasperati dalle politiche lacrime e sangue di governo centrale e regioni su settori cruciali come la salute e l'educazione, battezzando il movimento, ormai internazionale, degli indignados. In piazza si è portata, inoltre, la sfiducia generale per i due principali partiti, al centro di numerose inchieste per corruzione. Altro problema, ancora più delicato, è quello del riequilibrio del potere locale. Le regioni, chiamate Comunidades autonomas, hanno infatti ampi poteri decisionali su diversi settori strategici come la sanità e la scuola. L'impossibilità di indebitarsi, sancita da una recente riforma costituzionale bipartisan, potrebbe rafforzare le forze politiche autonomiste presenti quasi ovunque in Spagna. La maggior parte dei catalani per esempio, si è espressa a favore dell'indipendenza in un referendum dichiarato però incostituzionale. La situazione sembra, seppur leggermente, mitigata dal recente annuncio dell'ETA, il gruppo separatista basco, di porre fine alla lotta armata dopo 40 anni di attentati e circa 850 vittime tra civili, esponenti politici e delle forze dell'ordine. Mancano ormai pochi giorni al 20 Novembre, data fatidica delle elezioni legislative. Appena tre anni fa, nel 2008, il PSOE (Partido Socialista Obrero español, di centro-sinistra) guidato da Zapatero vinceva con circa 4 punti di vantaggio sul PP (Partido Popular, di centro-destra) di Mariano Rajoy. Oggi i sondaggi danno il PP tra i 12 e i 19 punti di vantaggio sul PSOE del candidato premier Alfredo Pérez Rubalcaba, attuale ministro dell'Interno, con una sicura e larga maggioranza assoluta di seggi. Già alle elezioni di amministrative di maggio, il PP si era imposto un po' ovunque sul territorio nazionale, riuscendo persino a conquistare le regioni meridionali, tradizionali roccaforti socialiste. Nonostante tutto, il leader del PP Mariano Rajoy non entusiasma, né sembra una valida alternativa. Del PP infatti non convince la forte componente radicale e ideologizzata. Le posizioni estremiste dei suoi esponenti, su temi come l'aborto e i matrimoni gay, infatti, lo hanno spesso portato ad essere etichettato come un partito ultraconservatore e intollerante. Quel che è chiaro è che la maggioranza degli elettori spagnoli vuole politici in grado di risolvere i principali problemi del paese, che sono in primo luogo l’aumento della disoccupazione e la crisi economica. Ma la deriva dell'anti- politica, unita alla paura dei due candidati di esporre con chiarezza i relativi programmi elettorali pare stia giocando a favore di un forte astensionismo. D'altronde, come spesso ripetuto dagli indignados, Nuestros sueños no caben en vuestras urnas...

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