La crescita economica? Significa produrre un mare di rifiuti...

Se ve lo raccontano magari non ci credete. Ma di fronte alle immagini ci si comincia a pensare su... La Repubblica Dominicana si affaccia su un mare che è sempre di più "mare di plastica". Le immagini, sconcertanti, sono state girate dalla Ong Parley for the Oceans. Eppure l'alternativa ci sarebbe...

La crescita economica? Significa produrre un mare di rifiuti...

A chi crede che crescere economicamente sia la strada da perseguire, potrebbe essere utile vedere il video che vi proponiamo qui di seguito sulla invasione di plastica delle coste di Santo Domingo (il filmato è stato girato dall'Ong Parley for the Oceans per denunciare "l'emergenza plastica").

I dati della costante devastazione ambientale sono purtroppo innumerevoli e non si fermano.  Non potrebbe essere altrimenti visto che il modello di riferimento mondiale è quello di crescere economicamente e quindi produrre qualsiasi cosa che si possa vendere. In un mondo in cui ogni ditta in costante competizione con i concorrenti deve sempre aumentare gli utili, come si fa a darsi dei limiti che sono gli unici che possono salvare l’ambiente? Praticamente impossibile.

Gli aerei inquinano in maniera pesantissima, ma se li limiti, il comparto aereonautico entra in crisi, le persone vanno a spasso, quindi non si può fare. Le automobili fanno migliaia di morti in incidenti stradali, ma mica puoi mandare a casa gli operai e limitare l’uso dell’automobile che nel sistema di disvalori che abbiamo, equivale praticamente a limitare la libertà. Le navi da crociera inquinano a più non posso ma mica puoi fermare un business che dà lavoro ai nostri gloriosi cantieri navali e negare la favolosa avventura di solcare i mari anche alla casalinga di Voghera. La plastica ci sommerge ma mica si può impedire alle ditte che producono plastica o imballaggi di fermare la produzione, altrimenti vanno in crisi,  la gente non lavora, gli imprenditori non guadagnano, idem le banche e il mondo si ferma...

E così via, per ogni prodotto e servizio assurdo, superfluo e dannoso, ogni imprenditore ha le sue ragioni, ogni lavoratore ha le sue ragioni e c’è pure qualche lavoratore che dice: meglio morire di cancro che di fame, affermazione assolutamente falsa dato che si può tranquillamente lavorare senza morire né di fame, né di cancro. Ben pochi politici poi vogliono essere veramente dalla parte della natura perché la natura mica vota e salvaguardarla non paga a livello elettorale.

Ambiente e ambientalisti sono irrilevanti per garantire poltrone laddove è solo il calcolo a fare da padrone, mica la salute o il benessere reale. Nemmeno catastrofi nucleari come Chernobyl o quella di Fukushima hanno fermato il nucleare, figuriamoci cosa ci può interessare un mare dove le onde sono fatte di rifiuti e il mare stesso non si vede più. Nemmeno la notizia terrificante che nel 2050 ci saranno più rifiuti di plastica in mare che pesci ha fatto intervenire drasticamente o invertire la rotta. Ma ve lo immaginate? I mari, gli oceani che consideriamo immensi, che coprono oltre il 70% del nostro mondo, sono irrimediabilmente inquinati per colpa degli esseri umani. Il solo pensiero di una tragedia del genere atterrisce, siamo riusciti per l’ennesima volta a danneggiare qualcosa di incomparabile bellezza. Stiamo devastando tutto ad una velocità incredibile e non ci fermiamo, non ci possiamo fermare perché la parla d’ordine è crescere, cioè non avere nessun limite o freno che metta in crisi gli utili. E anche quando le nostre spiagge saranno come quelle di Santo Domingo (non ci vorrà molto tempo), i politici, gli imprenditori, i lavoratori diranno: meglio fare il bagno nei rifiuti che morire di fame. E alla fine quando tutto sarà compromesso, diranno: meglio andare su Marte che morire di fame e così Elon Musk e qualche suo amichetto, partiranno con le loro navi spaziali e noi rimarremo qui ad agonizzare.  L’ambiente è la nostra casa, la natura è la nostra vita e la sua sopravvivenza cioè la nostra, è incompatibile con la crescita economica, con il pensare solo a se stessi e ai propri affari, non tenendo conto di niente e nessuno.

Ma queste sono cose che non si possono dire, che non vanno di moda, che non fanno fare carriera; meglio continuare a prendere in giro elettori e pubblico, parlando di crescita, di produzione, di aggressione dei nuovi mercati, di competizione, di brand, di concorrenza, di aumento dei fatturati.

Tra l’altro ci sarebbero molte percorribilissime soluzioni alternative: si potrebbe lavorare, spostarsi, vivere e produrre con la massima attenzione alla natura, alla qualità della vita, senza superare i limiti della sostenibilità ambientale. Ma sono concetti e applicazioni che hanno bisogno di intelligenza, idee, lungimiranza, conoscenza, attenzione, vera capacità, coraggio, onestà intellettuale, tutta roba che troppo spesso comporta solo problemi ed è quasi controproducente avere nel mondo del lavoro, dell’imprenditoria e delle amministrazioni pubbliche.

In una visione di benessere collettivo si potrebbe guadagnare il giusto e non troppo, dove i parametri di riferimento sarebbero completamente diversi da quelli per i quali chi è ricco, potente e sa fare molti soldi è automaticamente da venerare. Ben altre sarebbero le persone da prendere come esempio, ben altri sarebbero i parametri da seguire. Si può vivere meglio con meno e lavorare affinchè  tutti (intesi come tutto il mondo, nessuno escluso) abbiano una esistenza dignitosa e non che pochi abbiano tutto e tanti poco o niente. Ma ciò non è possibile, va contro la logica dell’accumulo e dello sfruttamento, contro chi detiene enormi ricchezze e controlla ogni mezzo di informazione di massa attraverso il quale viene glorificato  l’unico, solo dio a cui credere e per cui vivere, il dio denaro.

Oggi siamo completamente circondati dal superfluo, dal banale, dall’irrazionale; bisogna darsi altri valori, altra cultura, altro lavoro, è l’unica strada.

Si può fare e sarebbe una bellissima storia da vivere.

 

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