I Mondiali di calcio nel Brasile della miseria

Enormi palloni segnati da una X e striscioni con scritto: “La Coppa del Mondo in un paese di miseria, finanziata con denaro pubblico, è un problema morale”. E’ una delle tantissime proteste (da tante voci e in tante forme) che il Brasile ha conosciuto in questi mesi e che sta conoscendo in questi giorni dopo quanto è accaduto nel paese per la preparazione dei Mondiali di calcio.

I Mondiali di calcio nel Brasile della miseria

A organizzare la protesta dei palloni e degli strisiconi è stata la ong brasiliana Rio de Paz. 
A tanti era sembrata una buona idea ospitare i Mondiali di calcio in Brasile, una delle nazioni più ossessionata dal calcio. Ma la predizione si è rivelata sbagliata. Il governo brasiliano ha speso 14 miliardi di dollari per questa “avventura”, trasformando questi Mondiali (iniziati il 12 giugno) nell’oltraggio più costoso di tutti i tempi. E ciò ha scatenato l’indignazione dei brasiliani, molti dei quali accusano il governo di corruzione e stigmatizzano i fiumi di denaro spesi per stadi e polizia, mentre nella nazione la povertà è endemica e i problemi sociali dilagano.
Questo ha portato a violentissime proteste contro il governo, iniziate l’anno scorso e che si sono intensificate in questi ultimi giorni; proteste cui il governo ha risposto con grande dispiegamento di poliziotti, gas e metodi assai drastici. L’organizzazione internazionale Vice News ha percorso buona parte del Brasile per raccogliere la voce dei manifestanti, anche di quelli che nel giugno dell’anno scorso sono stati bersagliati con le granate luminose e i gas lacrimogeni: rimasero ferite quasi 900 persone. Anche Amnesty International ha duramente criticato la polizia brasiliana per i metodi utilizzati per sedare le proteste. Peraltro lo scorso novembre il ministro della giustizia brasiliano ha avviato la creazione di una “corte speciale” che dovrà giudicare chi provocherà disordini durante l’evento sportivo.
Poi c’è stata quella che il governo ha definito la “preparazione” dell’area, con lo sgombero delle favelas di Rio de Janeiro occupate da migliaia di persone. I modi sono stati brutali, tutto quanto era rimasto dopo l’allontanamento della gente è stato abbattuto dalle ruspe. E si proseguirà anche in vista delle Olimpiadi che approderanno in Brasile nel 2016. Secondo diverse associazioni non governative che si stanno occupando del problema, gli sfratti e le demolizioni potrebbero interessare complessivamente 170mila persone in tutto il paese.
Le organizzazioni, i movimenti sociali e i sindacati, uniti dallo slogan Nao Vai Ter Copa, hanno tentato, da San Paolo e Rio de Janeiro, di bloccare aeroporti, stazioni, autostrade e la viabilità urbana e nazionale con l’obiettivo di paralizzare i movimenti di chi arrivava per i Mondiali. Le associazioni denunciano come, a fronte di una spesa pubblica per l’organizzazione dell’evento di appunto 14 miliardi, il governo di Dilma Rousseff abbia operato drastici tagli alla spesa pubblica e al welfare: dall’istruzione alla sanità, dai trasporti alle pensioni fino agli alloggi popolari. Poi gli sgomberi di ampi settori delle favelas o di luoghi abitati dai nativi, sotto lo slogan della pacificazione e all’insegna della speculazione edilizia.
E proprio la lotta per la casa è il fulcro su cui si è cementificata la coesione del movimento. Essendo oramai chiaro che l’organizzazione di grandi eventi sportivi non porta benefici alle casse dello Stato, ma solo agli sponsor e agli investitori privati, nessuno in Brasile crede che se anche Neymar e compagni dovessero sollevare la Coppa la situazione economica migliorerà. Per questo oggi si protesta contro la Coppa del Mondo. A San Paolo i dipendenti della società che gestisce la metropolitana sono scesi in sciopero per giorni e la polizia ha cercato di fermare le proteste sparando gas lacrimogeni ad altezza uomo.
La presidentessa Dilma Rousseff ha detto che il governo utilizzerà tutti i mezzi necessari per impedire il blocco del Mondiale e ha dichiarato: “Le manifestazioni di piazza non aiutano lo sviluppo della democrazia”. Le città sono militarizzate grazie a un imponente schieramento di forze dell’ordine e membri dell’esercito, per un business della sicurezza costato oltre un miliardo di dollari che ha coinvolto addirittura i temibili mercenari americani della Blackwater.
Una “colonia” delle multinazionali
Tutto questo accade in un paese che è l’enorme colonia delle multinazioni. Quelle del petrolio: la produzione crescerà dagli attuali 2,1 milioni di barili quotidiani a 4,1 milioni nel 2020 e a 6.5 milioni nel 2035. Quelle delle biomasse (che di bio non hanno nulla): nel 2035 il Brasile coprirà il 40% del mercato globale di biocombustibili, giacché conta su terre sufficienti per espandere le coltivazioni di canna da zucchero per etanolo (sottraendole alla produzione alimentare e alle foreste). Quelle del biotech: in Brasile ci sono vastissime aree dove si coltivano varietà ogm. Le multinazionali minerarie: ferro, bauxite e tanto altro, tutto da estrarre senza troppi scrupoli, anche all’interno delle aree indigene.
Chissà se gli occhi del mondo ora puntati sul Brasile sapranno o vorranno vedere qualcos’altro oltre al calcio?

 

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