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SPECIALE » Il 6 maggio e il senso del lavoro

Identità e Lavoro, lavoro senza identità

Se è vero che il lavoro contribuisce a definire la nostra identità nella misura in cui stabilisce il nostro ruolo all'interno della società, chi siamo noi oggi? Il lavoro è ormai precario, flessibile, aleatorio; in esso abbiamo smesso di rispecchiarci, nè questo si rispecchia più in noi e corriamo il rischio sempre più forte di smarrire la nostra identità.

di Claudia Pecoraro - 6 Maggio 2011

Identità e lavoro
Il lavoro ai tempi del precariato e della flessibilità contribuisce ancora a definire chi siamo?

Salve a tutti, mi presento. Sono una archeologa, specialista (non riconosciuta) in museologia, giornalista, guida turistica, presidente di una Associazione Culturale. Per esser tutto questo ho studiato, ho superato esami, ho creato, ho rinunciato, ho pagato. Tuttavia, quando qualcuno mi chiede “che cosa fai nella vita?”, trovo una certa difficoltà a rispondere.

Qual è la mia reale occupazione? Chi lo decide? Quale lavoro mi identifica? Quello che mi garantisce maggiore guadagno? O quello per cui impegno più tempo? O quello che mi piace di più fare? Le risposte non coincidono.

Tutti i giorni mi sveglio, grazie al cielo, con un’enorme quantità di lavoro da svolgere, di progetti da preparare, di attività da programmare, di persone da incontrare. E la vita procede così, di collaborazione occasionale in collaborazione occasionale, di bando pubblico in bando pubblico, di tacite promesse in contratti non firmati. Procede così, tra picchi di entusiasmo, quando ti permettono di fare quello che più desideri (di solito c’è una strana proporzionalità inversa tra la passione per quel lavoro ed il suo compenso), quando pensi di essere vicino alla meta, e picchi di sconfortante avvilimento, quelli dei tempi morti, delle lunghe attese, delle sotto(o nulle)paghe, della meritocrazia rovesciata al contrario, dei compromessi.

Da viziati bamboccioni quali siamo, sperimentiamo tutte le strade, ci misuriamo su percorsi diversi. Siamo elastici, eclettici, infaticabili. Nel frattempo, diventiamo iper-specializzati ed iper-qualificati (che paura!). Concentriamo, o disperdiamo – a seconda dei punti di vista – le energie. Solone, il grande legislatore ateniese, diceva: "democrazia è il luogo in cui nessun sapere viene disperso". Lo diceva nel VI secolo a.C. Oggi, dopo 2500 anni di progresso, noi giovani generazioni siamo 'pieni a perdere'.

Formiche
Siamo come formiche che agiscono nell’ombra, senza alcun riconoscimento e nutrimento in cambio.

Quest’ultima citazione, ironica e raggelante, la prendo a prestito dal mio 'vecchio' Professore che, ormai in pensione dopo una carriera di successo, appartiene ad una stagione lavorativa, i cui princìpi di equità sembrano distintivi di un periodo storico lontanissimo e definitivamente perduto. Nel corso della nostra ultima piacevole chiacchierata, il mio amato maestro mi chiedeva se si possa chiamare 'lavoro' con la 'L' maiuscola un’occupazione che impegni un individuo senza che questo provi alcun senso di appartenenza nei confronti di una istituzione in cui dovrebbe rispecchiarsi e pretendere che a sua volta in lui si rispecchi; nessun senso di appartenenza ad una data collettività con cui sviluppare un dialogo condiviso, né ad un movimento ideologico.

Nessuno oggi è disposto ad offrire ad un giovane qualificato un posto di lavoro in un contesto dove il suo ruolo sia dichiarato ed accettato. La strategia appare ben definita: è quella di tenerci ai margini. Siamo l’anello debole della catena di montaggio, e l’arma di questa nuova forma di ingiustizia sociale è il ricatto (gli anni che passano stanno dimostrando che funziona a meraviglia). Siamo formiche che agiscono nell’ombra, fantasmi che muovono e nutrono la società, senza alcun riconoscimento e nutrimento in cambio.

Ecco, la faccenda diventa seria. Questo sistema lavorativo a basso costo ci sta destrutturando come persone, ci sta privando del senso dell’identità. Non sono in ballo semplicemente i diritti del lavoratore, bensì dell’essere umano.

Per riconoscersi, occorre che la società si accorga di te. E non basta 'esserci' su forum, siti e blog sul web – fortunatamente ancora territorio franco per la libertà di espressione – per essere riconosciuti, per esistere (nel senso pregnante del termine). È la società reale, non quella virtuale, che deve riconoscere il tuo ruolo. Il riconoscimento sociale è gratificante, e la gratificazione è elemento imprescindibile.

Perdita dell'identità
Per scongiurare il rischio di perdere la propria identità e subire il ricatto occupazionale bisogna rimboccarsi le maniche e continuare ed ingegnarsi alla ricerca del proprio posto nella società.

Questo è il quadro della situazione. La redazione ha chiesto a ciascuno di noi collaboratori di scrivere un pezzo per questo speciale di oggi sul lavoro. E ci ha chiesto di riflettere su come possiamo contribuire a cambiare in meglio questo 'storto' mondo lavorativo.

Soluzioni? Al momento non ne ho da proporre. E a chi considera la mancanza di un posto fisso un’opportunità o addirittura una risorsa, rispondo che in una società etica la reale risorsa sarebbe la possibilità di scegliere di non avere un lavoro fisso, e che anche questo abbia delle tutele.

La 'flessibilità' offre libertà, mette in moto la creatività, non cede il passo agli anestetizzanti automatismi della routine, mantiene vigili e sempre attivi. Quanto è vero! Ma è altrettanto vero che “in questo mondo libero” - per citare non a caso l’ottimo film di Ken Loach sull’occupazione nella periferia inglese - si arranca.

I cittadini dovrebbero fornire le risposte e le soluzioni alla politica, che dovrebbe a sua volta esprimere e tutelare la volontà dei cittadini. Attualmente ciò sembra impossibile perché la politica continua a dimostrare di non voler perseguire il bene comune ma i propri interessi, violando persino la Costituzione.

La sperimentazione e la ricerca sono fuori dalle logiche delle attuali amministrazioni, non si attua una programmazione a lungo termine, non ci sono politiche lungimiranti. I finanziamenti, pochi e mal distribuiti, vengono investiti nell’hic et nunc, quanto basta ad ammutolire i dissensi sul nascere, quanto basta ad abbagliare il popolo affamato e stanco con panem et circenses.

"Che fare?" si chiedevano i diseredati, vittime di soprusi, di Fontamara. Non bisogna smettere di arrabbiarsi. Occorre essere informati sui propri diritti, non avere paura di dire no al ricatto. Non smettere di protestare, e farlo a gran voce, diffondendo vizi e storture (in questo il web ha un peso incomparabile). Bisogna disturbare il riprovevole operato dei promotori di questa ingiustizia sociale. Poi… se non si è troppo stanchi per tutto questo 'lavoro', rimboccarsi le maniche e continuare ed ingegnarsi alla ricerca del proprio posto nella società.

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